mercoledì 30 novembre 2011

Naturalezza e artificio

Mari lontaniIl rossetto
Naturalezza e artificio
La motonave Liberty stava per iniziare le manovre per l’attracco.
Il porto di Assuan.
Da poco erano passati tra le isole Elefantina e Plantation. A sinistra già si vedevano le tombe rupestri.
La nave, superato il grande ponte, si lasciò sulla destra l’isola di Phile ed ecco Agilika con il tempio di Iside.
Il tepore di quella giornata di marzo invogliava a camminare.
Amalia accolse volentieri l’invito trasmesso alla sua pelle dai raggi del sole e da quella leggera brezza da sud che le scompigliava i lunghi capelli ondulati il cui colore infiammava la tunica di lino bianco.
Scese nella sua cabina, indossò i sandali, mise a tracolla la capace borsa, afferrò la macchina fotografica e si avviò alla passerella.
Con un rapido movimento sì coprì la testa con la pashmina rossa che teneva sulle spalle, scese dalla nave e si avviò verso la città.
Una vorticosa fiumana di persone e colori la trascinò attraverso i vicoli della kashba fino al grande suk.
Amalia si guardò intorno estasiata.
Chiuse gli occhi ed aspirò voluttuosamente aria dal naso a riempire i polmoni e la mente di quei profumi, di quel vociare confuso, di quel senso di antico e immoto.
Sembrava che il tempo si fosse fermato.
Odore intenso di spezie.
Chiodi di garofano, soprattutto, ma anche pepe, cinnamomo, zenzero, cannella e noci moscate.
Tessuti colorati e prodotti nubiani.
Fu colta da un vortice di emozioni e sensazioni inebrianti in cui, per un istante infinitamente lungo, cadde.
Fino a perdere il respiro.
Carovane dall’Africa centrale.

Fuggì.
E si ritrovò, sola, a camminare su un sentiero che costeggiava il grande fiume.
Camminò a lungo in quella sensazione di pace improvvisa e consolatrice.
Stava già pensando di ritornare alla nave quando i suoi occhi colsero un leggero movimento sulla riva.
A poca distanza da lei, all’ombra di una macchia di tamerici, una donna, il capo coperto da un velo di cotone azzurro, era inginocchiata su una sporgenza rocciosa che si perdeva nell’acqua del fiume.
Alla sua destra una cesta piena di panni.
Alla sua sinistra altri panni.
Bagnati.
Quelli che già aveva lavato.
Una tunica bianca lasciava scoperti soltanto i piedi nudi, piccoli e ben fatti.
A poca distanza, un paio di sandali accuratamente riposti.
Amalia si avvicinò.
Si sedette su una pietra.
Si tolse i sandali, che appoggiò su terreno alle sue spalle.
L’acqua era piacevolmente fresca.
Prese dalla borsa un pacchetto di sigarette.
Ne accese una, aspirando profondamente. Con piacere.
Attraverso una leggera cortina di fumo azzurrina vide che la donna fregava con energia un telo, probabilmente di lino, sulla superficie lucida della pietra.
Chissà quanti panni l’avevano trasformata. Chissà quante ginocchia vi si erano intorpidite.
La donna sollevò il telo a controllare l’efficacia del suo lavoro e, evidentemente soddisfatta, lo posò sul mucchio alla sua sinistra.
Trasse un profondo respiro ristoratore, piegò lievemente il capo e portò il dorso dell’avambraccio destro a detergersi la fronte.
Gesto universale e antico.
Un attimo.
Poi prese un altro indumento dalla cesta e ricominciò il suo lavoro.
Daccapo.
Come prima.
Come sempre.

Ora Amalia riusciva a coglierne il profilo, reso ancora più bello dalla naturalezza dei gesti.
Una ragazza. Quindici o sedici anni. Non di più.
I pochi raggi del sole che riuscivano a perforare le fronde davano bagliori irregolari sui suoi capelli castani, quei pochi che riuscivano a ribellarsi al rigore del velo, e sulla giovane pelle olivastra del suo viso, in cui emergevano due splendidi occhi grigi.
Grandi come il mare.
Profondi come l’anima che riflettevano.
Luminosi come i sogni che l’accompagnavano.

Quante volte quel luogo aveva visto ripetersi quei gesti.
Quanti sguardi l’acqua del fiume aveva accolto offrendo impalpabili scenografie a sogni nascosti.
Quanti segreti desideri, confidati, gridati o pianti, erano stati liberati al vento.
Molti si erano dispersi chissà dove ma molti ancora erano rimasti lì, sulla riva del grande fiume.
Se ne percepiva la presenza, chiara.
Forse prigionieri, impigliati ai rami delle tamerici o alle canne di papiro, o forse semplicemente non sapevano dove volare.
Amalia sentì fortissimo il desiderio di fermare quell’immagine.
Di scolpirla nel granito di un universo senza tempo.
Di catturarla, imprigionarla, portarla via.
Per sempre.
Piccolo ritaglio rubato di una vita sconosciuta.
Naturale, inconsapevole bellezza di gesti, posture, espressioni provenienti da altre dimensioni.
Da universi lontani.

Amalia prese la macchina fotografica dalla borsa.
Impostò l’apertura del diaframma, il tempo di esposizione e lo zoom.
Tornò ad alzare gli occhi e incontrò quelli, bellissimi, della ragazza.
Lo sguardo serio.
Un leggero cenno furtivo con il capo la convinse a guardare più a valle, oltre le sue spalle.
All’ombra di tre palme che crescevano vicine, sulla riva del fiume a circa trenta metri dalla ragazza, due uomini, quasi invisibili nelle loro galabayye di cotone nero.
Probabilmente parenti della ragazza.
Guardiani.
Nuovamente gli sguardi si incrociarono.
La ragazza si passò un dito sulle labbra, disegnandone il contorno. Furtivamente.
Amalia comprese.
Appese al collo la macchina fotografica, prese i sandali e si alzò.
Camminando per tornare sul sentiero, la sua mano destra affondò nella borsa e ne trasse il rossetto che, passando vicino alla ragazza, lasciò cadere per terra.
Con gesto rapido la ragazza lo raccolse e lo fece sparire tra le pieghe del suo vestito.
Arrivata sul sentiero, Amalia si appoggiò al tronco di un albero per mettersi i sandali.
Si voltò per guardare la ragazza un’ultima volta.
La ragazza le sorrise.
Con un altro rapido gesto della mano destra le fece capire che poteva fotografarla, ora.
Era in posa.
Sorridente. Selvaggia. Splendida.
Non più vera.
Le dita della mano destra perdute nella tunica.
Probabilmente sfioravano il piccolo tubetto.
Il suo tesoro.
Amalia le sorrise.
E si incamminò verso la città.

Quando si incontra una persona amica

E' raro.
Ma a volte capita.
Succede che lungo il nostro cammino si incontri qualcuno, una persona come tante altre, con cui però, al primo contatto, inaspettatamente, senti scoccare una scintilla.
Dedicato a questi incontri.
E alla vita che sa sorprenderci sempre.


Amleto e il mare

La piccola imbarcazione solcava leggera l’acqua, lasciando dietro di sé solo un segno leggero del suo passaggio, piccole increspature sulla superficie del tempo che, così come si erano formate, presto sarebbero nuovamente state parte del tutto, come se nulla fosse accaduto, come se tutto fosse irrimediabilmente e ossessivamente uguale a sé stesso.
Per sempre, in un susseguirsi ostinato di un presente già vissuto.
Il marinaio osservava la linea dell’orizzonte davanti alla prua farsi cupa e grigia quasi che il cielo e il mare avessero deciso di fondersi, rompendo la discontinuità che li separava. Presto il vento si sarebbe rinforzato e la superficie del mare, ora liscia e calma, sarebbe stata percorsa da onde che avrebbero percosso il suo fragile guscio.
Le mani esperte del marinaio regolarono le vele di conseguenza, gesti sicuri, ripetuti chissà quante volte, in attesa di prendere la decisione su quale doveva essere la sua nuova rotta.
Fuggire lontano, verso un punto qualunque dell’orizzonte, oppure affrontare questa nuova prova e andare oltre?
Gli tornarono alla mente parole lontane.
Whether'tis nobler in the mind to suffer the slings and the arrows of outrageous fortune, or to take arms against a sea of troubles and by opposing end them.
“Maledetto William, avevi ragione” pensò mentre un sorriso amaro increspava appena le sue labbra.
La bufera si impossessò rapidamente del mare.
Le onde spazzavano la coperta.
Raffiche violente di vento facevano inclinare paurosamente la barca come se fosse quella l’ultima volta e sputavano in faccia al marinaio gocce di pioggia gelida che, mescolandosi alle lacrime, gli rigavano il volto.
To die- to sleep, no more; and by a sleep to say we end the heart-ache and the thousand natural shoeks that flesh is heir to: 'tis a consummation devoutly to be wish'd. To die, to sleep; To sleep, perchance to dream” cantava il marinaio, convinto che quello sarebbe stato il suo ultimo canto, quando un piccolo punto luminoso ruppe l’oscurità.
Lo seguì, come ipnotizzato, e questo presto si trasformò in un raggio luminoso che fendeva il cielo.
Un faro che lo condusse verso sponde sicure dove trovare finalmente pace e serenità.

Chi è il marinaio che ha scelto la rotta?
Chi è il faro che l’ha indicata?
Noi non lo sappiamo. Sappiamo però che ogni marinaio ha, da qualche parte lungo la linea del suo orizzonte, un faro che gli può indicare la rotta migliore.
Oggi gli occhi di un marinaio e la luce di un faro si sono incontrati.

Sogni

Nel suo film “Sogni”, Akira Kurosawa ripercorre in forma poetica e metaforica alcune tappe della sua vita: gli otto episodi di cui è composto, nel loro lirismo o nella loro drammaticità, divengono simbolo del percorso individuale dell'uomo e sono tutti collegati dalla presenza di un personaggio-io, di volta in volta bambino o adulto, che ne interpreta il messaggio.
Ma i sogni a volte sono incubi, spesso determinati dagli eccessi (in tutti i sensi) nel nostro quotidiano.
Tempo fa fummo invitati, la mia compagna e io, alla festa di compleanno di S, amica e socia nel lavoro della mia compagna (hanno uno studio di consulenza a Torino, dove, per inciso, lavora anche Dinamitarda, che alcuni di voi conoscono come blogger).
S compiva 40 anni, una tappa importante, e decidemmo di regalarle 40 libri (per carità, non libri costosi, mi ricordo che alcuni di essi facevano parte di quella collana di libri a 1.000 lire) perchè ci sembrava carina l'idea di regalare 40 emozioni.
“Per favore, scrivi tu il biglietto per il regalo” mi disse la mia compagna.
“Lo sai, io odio scrivere i biglietti – Tanti auguri, Siamo con te – le solite cazzate, condensato di banalità e falsità” obiettai (forse le parole non furono proprio queste ma i concetti sì).
“Scrivi quello che vuoi, sentiti libero” mi rispose la mia compagna con tono perentorio, nascondendo tra le righe parole inespresse, messe però in evidenza (“l’importante è che tu scriva qualcosa”) dalla sua espressione arcigna.
Un po’ indispettito dal suo tono, mi misi al computer lasciando completamente senza freni (questa fu la mia risposta) le mani: quello che pubblico oggi è quanto ne uscì! Forse non il massimo come biglietto di auguri, cosa ne dite?

sogniRelatività
Cappuccetto Rosso, quella vecchia biliosa e petulante, stava coprendo di improperi il Lupo che, come al solito, confuso dall’età e corroso dall’alcol e da un’arteriosclerosi galoppante, aveva cercato di mangiare la Bella Addormentata nel Bosco e attentato alla castità di Grethel. “Maledetto!” gli urlava in faccia cercando di colpirlo con i biscotti che il tempo aveva trasformato in piccoli cubetti di porfido, motivo per il quale la nonna, dopo essersi rotta ripetutamente i denti, si era rotta anche le palle e si era trasferita ad Acapulco con il Boscaiolo, dove gestivano una casa di appuntamenti.
Uno dei biscotti di porfido colpì in pieno Trilli che stava svolazzando da quelle parti e la spiaccicò proprio contro il carpino dove Peverino Dal Pruno aveva la casa. “Aahh!” urlò Peverino rendendosi conto della disgrazia. “L’avevo appena ridipinta. Ora Lei, cara la mia vecchia stronza rompi coglioni mi dovrà pagare i dan….” Ma la sua garbata richiesta fu tosto interrotta da un altro biscotto di porfido.
La fine di Trilli non scosse più di tanto Peter Pan che da un po’ di tempo, stufo delle crisi di gelosia della fatina e soprattutto di un rapporto che, per evidenti motivi, non poteva essere consumato se non con la fantasia del fai da te, aveva cominciato ad adescare bambini davanti agli asili nido offrendo loro lecca-lecca colombiani, ma poi, visto lo scarso livello di soddisfazione che ne ricavava, si tenne i lecca-lecca e trovò consolazione tra le braccia, si fa per dire, di una vecchia zoccola in disarmo che viveva in una catapecchia nell’angiporto di Calatafimi.
Gran Mà nel frattempo stava spettegolando sulla morte di Jimmy. "Gli è letteralmente scoppiato il fegato in faccia, over dose di barbera, sembra. Era la sua unica compagna ormai. Dopo che ha aperto quel salumificio, il bosco si è poco per volta svuotato, tutti spariti, prima Timmy e Tommy, quei fannulloni dei fratelli che passavano la giornata a piantarsi gli spinelli nelle cosce, poi Comare Volpe, Compare Orso, Ezechiele, perfino Fratel Coniglietto, puff, scomparsi nel nulla!"
Disgustato da tutto questo, il Gatto con Gli Stivali spiccò un balzo prodigioso senza accorgersi però che lo stivale destro era rimasto incollato nella cacca di una delle mucche di Heidi. Senza più controllo, si avvitò in una picchiata che l'avrebbe sicuramente spacciato se non fosse atterrato fortunosamente su un losco figuro che si aggirava nei pressi della casetta dei Sette Nani.
Il Gatto con Gli Stivali sentì che stava per perdere i sensi dal dolore. Il figuro, un essere gigantesco, si presentò come Luppolo, l'ottavo nano, ripudiato dai sette fratelli per via delle dimensioni e della sua passione per la birra, e si offrì di accompagnarlo al pronto soccorso.
Ma in quella, un'improvvisa luce magica discese dal cielo e squilli argentini di trombe celesti riempirono l'aria e tutti si fermarono, sguardi trepidanti rivolti verso il cielo, bocche spalancate in un coro di stupiti "Ooohh". Stava per arrivare il Grande Puffo in persona. Il suo magico carro volante apparve improvviso tra le nuvole e discese in terra e presto ne scese il suo seguito di guardie del corpo, giornalisti, donne cannone, uomini pistola, saltimbanchi e giocolieri. Poi, annunciato dal vecchio presentatore Michelino, che era improvvisamente stato rigurgitato da un enorme orologio a cucù, ecco che apparve Lui, il Magnifico, Silvio Berlusconi vestito da Grande Puffo, che guardandosi attorno dai suoi due metri di altezza, grazie soprattutto a prodigiosi tacchi telescopici da un metro e venti, sorrise alla folla degli astanti e parlò: "Consentitemi di dirvi che vi amo come mai nessuno altro potrà fare perché anch'io un giorno sono stato il Gatto con Gli Stivali, un altro Biancaneve e i Sette Nani, un altro ancora Tom e Jerry e così per ognuno di voi. Ma lasciamo stare perché qualcuno tra voi sta male e per questo io sono qui." Il suo sguardo circolare scivolò sui presenti. "Per toccarlo e per ungerlo!" gridò con un’improvvisa voce a settantotto giri puntando il suo dito adunco nella mia direzione. Due guardie, con il cappuccio da boia, si diressero verso di me, mentre tutti i presenti mi guardavano urlando "Unto, unto, unto." Con un tuffo al cuore mi sentii afferrare per le spalle: erano Topolino e Pippo che mi fecero cadere a terra e …… mi svegliai, finalmente, sudatissimo, con la lingua rasposa ed un gusto di fogna in bocca. Mi tuffai nel frigorifero nel tentativo di annegare la scimmia della sera prima con un litro di acqua ghiacciata. "Cazzo, che sbronza!" pensai tornando tra le lenzuola.
"Ma in fondo quarant’anni si compiono soltanto una volta nella vita!"
E mi riaddormentai.

Il cappello di Dinamitarda

Il cappello
Seconda puntata
Quando Aleksandra Todorovna morì il cappello lo percepì chiaramente. Non perché avesse già elaborato il concetto di morte ma perché sentì improvvisamente intorno a sé il nulla. Era una sensazione nuova, mai sentita prima: il vuoto. In quel momento seppe che Aleksandra Todorovna, la sua padrona, non l’avrebbe mai più indossato e sentì il bisogno di avere una nuova padrona. Decise così che l’avrebbe scelta lui. Tempo prima si era accorto che riusciva in qualche modo a comunicare con Aleksandra Todorovna. Non pensieri compiuti o complicati, questo no, sensazioni semplici, star bene, star male, felicità, malessere, riuscendo a influire sul modo di essere della sua padrona che chiaramente mai si era accorta che fosse il cappello a farlo ma che attribuiva questi improvvisi cambi di umore, così li chiamava lei, alla sua vena artistica.
“Se riuscivo con lei, sicuramente allora posso comunicare anche con le altre donne” pensò il cappello che ancora non aveva chiaro il concetto di genere e che quindi pensava che tutti gli umani fossero donne.

Il cappello scelse Helena. Non fu una scelta difficile perché, tra tutte le persone che frequentarono la casa nei giorni successivi la scomparsa di Aleksandra Todorovna, lei era l’unica persona che il cappello “sentiva” veramente. Non ci aveva mai fatto caso prima ma in lei coglieva le stesse emozioni che aveva sempre trovato in Aleksandra Todorovna.
La conflittualità derivante dall’assenza di una figura paterna aveva fatto nascere in Helena Todorovna un disprezzo verso gli esponenti dell’altro sesso così assoluto e totalizzante da rifiutarne inconsciamente l’esistenza, da escluderli dalla propria vita.
Dopo alcune avventure giovanili, Helena Todorovna conobbe Michelle, un architetto di due anni più vecchia di lei. Si innamorarono perdutamente l’una dell’altra e condivisero una vita lunga e piena di soddisfazioni, la qual cosa permise al cappello di comprendere appieno la differenza tra le emozioni conseguenti al puro soddisfacimento di un desiderio sessuale, intense ma, acuminate e puntute, capaci di fare male, e quelle derivanti da un amore vero e totalizzante, con picchi meno decisi ma con un livello costante di presenza, quotidiano, e con linee morbide e smussate che non feriscono l’anima ma vi si adattano colmandone anche gli angoli più nascosti.
Il cappello ed Helena trascorsero tantissimi anni insieme. Furono anni intensi durante i quali il percorso di crescita del cappello proseguì fino all’elaborazione di concetti complessi quali la differenza tra processo speculativo volontario e inconscio, tra emozione e sentimento. Quando dopo molti anni Michelle morì, il cappello ebbe modo anche di comprendere il significato di dolore conseguente a una separazione così definitiva e in modo assolutamente personale elaborò anche il concetto stesso di morte così che quando dopo pochi mesi anche Helena morì il cappello ne soffrì molto arrivando a rammaricarsi per la propria incapacità di piangere.
I beni di Helena e Michelle furono venduti e il cappello, con altri vestiti e alcune suppellettili, finì nella bottega di un rigattiere. I tristi ricordi suscitati da quell’ambiente vagamente familiare e il dolore per la perdita di Helena gettarono il cappello in una sorta di limbo oscuro, popolato da sintomi cognitivi ed emozionali che ne diminuirono in maniera grave il tono dell'umore e ne compromisero sensibilmente il suo desiderio di crescita. L’unico suo desiderio di quel periodo fu dimenticare ed essere dimenticato.
Ma anche se non lo sapeva ancora, perfino l’elaborazione del dolore conduce in un percorso di crescita e quasi inconsapevolmente, esplorando i complessi e oscuri rapporti esistenti in un processo di apprendimento caratterizzato dal dualismo, dove solo chi conosce un profondo dolore può apprezzare il grande amore e solo chi ha amato intensamente può conoscere i baratri del dolore, riuscì finalmente a comprendere la grandezza del sentimento che aveva provato per Helena e decise finalmente che era pronto ormai per qualcosa di nuovo. Capì che quello che aveva visto come l’unica sua possibilità di salvezza, dimenticare Helena, era anche stato la più grande fonte di paura.
Per un’entità pensante, l’oblio non può rappresentare una meta salvifica ma la fine, la soluzione non può essere rappresentata dal buio ma dalla luce, non si può desiderare la morte ma la vita. E il nostro presente, ogni più piccolo istante, va rielaborato alla luce delle nostre esperienze passate per consentire a ciò che ne ha fatto parte di continuare a vivere. Il cappello decise così che era arrivato ormai il tempo di andarsene da quel luogo.
Fu facile convincere il rigattiere, il vecchio Jean Claude, a tirarlo fuori dalla vecchia cappelliera dove era rimasto per tutti quegli anni. Il vecchio Jean Claude lo spolverò per bene, lo portò sul vecchio furgone e, chiusa la sua bottega, partì.
Il cappello ebbe un posto in prima fila sulla bancarella del vecchio Jean Claude, posato sulla vecchia cappelliera ma non aveva fretta di essere venduto perché sapeva che prima o poi avrebbe trovato la padrona che stava cercando, ora voleva nuovamente apprezzare l’aria fresca e quel fluire di emozioni che percepiva intorno a lui.
Quando lei si presentò davanti alla bancarella la riconobbe immediatamente, minuta, sorridente e piena di energia e seppe anche che era colma di ciò che lui stava cercando e a cui fino a quel momento non aveva saputo dare un nome: libertà di pensiero.
Il cappello sta bene con la sua nuova padrona. Sì, sto bene con lei.
Descrivendosi, dice di essere una sociologa affascinata dalle storie di vita, che scruta il quotidiano alla ricerca dell'essenza. E’ proprio così. Con lei ho imparato nuove frontiere della consapevolezza di me e degli altri, delle differenze che rendono unico ogni essere pensante. La mia incapacità di comunicare con gli altri a un livello di consapevolezza reciproca non è più sinonimo di solitudine, riesco finalmente ad accettare la mia diversità.
Lei ama scrivere, raccontare storie, raccontarsi e da lei ho imparato il fascino del raccontare inteso come rielaborazione del proprio vissuto, scavare tra i ricordi per liberare la vera essenza delle cose anche se a volte mi sento limitato dal fatto di non avere le mani, di non poter scrivere, ma a questo ho posto rimedio perché riesco a farlo tramite altri.
Due cose però non ho ancora capito di lei.
Non so cosa sia un blog, so che lei ne ha uno, una specie di posto dove lei mette tutti i suoi racconti, ma non ho ancora capito bene cosa sia, ma soprattutto non capisco perché in questo luogo lei si faccia chiamare Dinamitarda mentre il suo vero nome è un altro.
Questo però non ve lo dico.

Il cappello di Dinamitarda

Dinamitarda è un'amica e ogni tanto capita a casa mia. Anche in questo momento, proprio mentre sto scrivendo questo incipit, è lì seduta, a pochi metri da me, che parla di "cose da sociologhe" con la mia compagna. A lei o, meglio, al suo cappello, acquistato su una bancarella lo scorso autunno, è dedicato questo racconto. Del suo cappello, lo sanno tutti quelli che la conoscono di persona o come blogger, lei va molto orgogliosa e bisogna dire che le sta molto bene. E' un cappello particolare, per non dire strano, stile un po' bohemienne inizio secolo, ma, secondo me, le si addice, quasi fosse stato fabbricato per lei: forse è stato facile per loro incontrarsi.
cappelloIl cappello
Prima puntata
Pavel Grigorievich aveva una piccola bottega in una stradina buia vicino alla cattedrale Pokrovskiy, a Mosca. Anche Pavel Grigorievich era piccolo con piccoli occhi, leggermente ingranditi dagli occhiali rotondi di tartaruga che stavano abbarbicati sul suo piccolo naso a punta, e piccole mani bianche.
Pavel Grigorievich era un artigiano, fabbricava cappelli da donna. Fabbricare cappelli da donna era una tradizione di famiglia iniziata dal vecchio Ilia, suo bisnonno, che aveva aperto quella piccola bottega al numero 12 di via Moskovskaia, e proseguita poi dalle generazioni successive. Ora era il suo turno ma sarebbe anche stato l’ultimo. Ma questo lui non lo sapeva.
I cappelli di Pavel Grigorievich erano famosi in tutta Europa. Nobili, cantanti e puttane di alto bordo erano disposte ad aspettare molto tempo, mesi, a volte anni, per poterne avere uno. Si diceva che persino la zarina avesse atteso sei mesi per avere un suo cappello, perché Pavel Grigorievich non faceva cappelli qualunque ma progettava e fabbricava cappelli unici.
“Ricordati che i cappelli non sono soltanto l’ornamento per una donna ma ne devono rispecchiare carattere e personalità” gli aveva detto suo padre “un cappello va bene solo alla donna per cui è stato disegnato e a nessun altra”.
Aleksandra Todorovna era una famosa cantante d’opera e una donna bellissima le cui grazie avevano fatto perdere la testa a moltissimi uomini, si dice che alcuni avessero dilapidato interi capitali nel tentativo di aggiudicarsene i favori.
Ma Aleksandra Todorovna non era donna da accontentarsi di un unico uomo quando poteva averli tutti e quello che al massimo riusciva a concedere era una notte d’amore. Oh, non era una notte qualunque, perché Aleksandra Todorovna a letto sapeva far raggiungere vette di piacere inimmaginabili e destinate a restare indelebilmente nella mente e nell’anima di quegli uomini fortunati mentre lei invece faceva in fretta a dimenticarli.
Aleksandra Todorovna infatti era una di quelle persone che raramente raggiungono l’orgasmo e mai le era successo nella vita di averne uno pieno e soddisfacente, da perdere la testa, e men che meno di innamorarsi. Aleksandra Todorovna nella sua vita si era sempre accontentata di godere del godimento degli altri, di sapere di esserne lei l’artefice pur non sapendo veramente di cosa veramente si trattasse.
Ma era destino che almeno una volta nella sua vita Aleksandra Todorovna provasse quello che normalmente lei riusciva a far sentire agli altri, che superasse quella soglia sottile che rappresenta il confine tra godimento fisico ed estasi.
Markus Von Neumann era il rampollo di una nobile casata cecoslovacca. Il padre di Markus faceva un sacco di soldi commerciando con l’estremo oriente, lui li spendeva.
Markus Von Neumann era un buono a nulla che passava il suo tempo tra feste e tavoli da gioco dove lasciava gran parte dei soldi che il padre gli versava mensilmente.
Una cosa sola sapeva fare bene: scopare. Era l’unica cosa che suo padre fosse riuscito a insegnargli. “Con le donne non devi fare l’amore, le devi scopare” gli aveva detto quando lui aveva compiuto il suo sedicesimo anno “ma stai attento, se vuoi veramente ottenere soddisfazione da una donna, prima devi fare in modo che sia lei ad averla e per fare questo devi imparare tutto sulla psicologia femminile a letto. Devi sapere quello che le donne desiderano da un uomo, devi imparare a ragionare da donna”. Detto questo l’aveva affidato alle mani di una professionista del piacere, la tenutaria di un bordello di Praga dove il padre andava regolarmente ogni sabato sera. Era stato il suo regalo di compleanno.
La maitresse, si chiamava Olga, fece pienamente il suo dovere: Markus non si innamorò mai nella sua vita, questo in fondo era solo un particolare di poco conto, ma imparò a fare godere una donna.
Prima di conoscere Markus Von Neumann, Aleksandra Todorovna mai aveva pensato al suo clitoride alla stregua di un piccolo membro maschile che nascondesse universi di piacere così grandi e mai aveva minimamente supposto quali potessero essere le sensazioni che un piccolo cubetto di ghiaccio poteva suscitare a contatto con la sua pelle.
Aleksandra Todorovna avrebbe ricordato per sempre quel rapporto fugace, non le immagini, che il tempo avrebbe via via sbiadito fino a fagocitarle, ma le emozioni, i brividi di piacere annichilenti, evocati durante notti di amore solitario o ricordati dai lineamenti della figlia, Helena, che, regalo inaspettato di quella notte di passione, era il ritratto del padre.
Aleksandra Todorovna si convinse così che era giunto per lei il tempo di lasciare Mosca, che era stata il palcoscenico dell’unicità della passione di quella notte e che ormai aveva assunto ai suoi occhi i caratteri tristi di un teatro abbandonato.
La notizia della sua partenza colse tutti i suoi ammiratori alla sprovvista e gettò nella disperazione Pavel Grigorievich, l’unico che non avesse mai osato dichiararle il suo amore, che decise così di fabbricarle un cappello speciale.
Pavel Grigorievich lavorò una settimana intera, giorno e notte, lasciando che le parole, i sentimenti, le passioni che da anni albergavano inespressi nel suo cuore o che si erano sedimentati nella sua anima finalmente affiorassero alle sue labbra, ne fluissero fuori a impregnare la stoffa.
La sera del suo ultimo spettacolo, tra le decine di scatole di cioccolatini, di mazzi di fiori e di pacchi che riempivano il suo camerino, Aleksandra Todorovna fu attratta da una scatola meno appariscente delle altre, con un piccolo fiocco giallo che tratteneva un biglietto. “Per sempre” diceva semplicemente il biglietto che Pavel Grigorievich aveva scritto e Aleksandra Todorovna leggendolo se lo strinse al seno cercando di illudersi, anche se sapeva che così non era, che fossero parole di Markus Von Neumann.
Il treno che portava Aleksandra Todorovna a Parigi partì puntuale alle ore 20 del 12 maggio del 1909. In quell’istante, Markus Von Neumann esibiva le sue qualità sessuali con Irina e Maria Pavlichenko, Pavel Grigorievich si impiccava nella sua bottega al numero 12 di via Moskovskaia. Davanti ai suoi occhi, appesi al lampadario, i disegni dell’ultimo cappello fabbricato.
La cosa che Pavel Grigorievich però non aveva certo immaginato era che in qualche modo, per qualche alchemica e misteriosa combinazione, le parole, che continuò a mormorare mentre fabbricava il cappello, i sentimenti e le passioni di cui erano impregnate, seppero veramente trasferirsi al cappello, in qualche modo dandogli una parvenza di coscienza, trasformandolo in una specie di ricettore in grado di percepire emozioni e sentimenti di chi gli era intorno, soprattutto di chi lo indossava, e di elaborarli, di metterli in relazione, in una sorta di primordiale processo di apprendimento per autopoiesi.
Ad Aleksandra Todorovna piaceva molto quel cappello e non se ne separò più per tutta la vita, avendone una cura che, vista dall’esterno aveva un che di maniacale. Lei però amava quel cappello e sentiva che non avrebbe potuto separarsene. Naturalmente al cappello piaceva molto Aleksandra Todorovna, e in fondo questo era normale visto che era stato creato apposta per lei, ma, oltre a questo, di lei gli piacevano le emozioni forti, semplici, comprensibili, che lei emanava e che lui era in grado di percepire nella loro pienezza. Le altre persone gli sembravano così vuote.
Ovviamente il cappello non era ancora in grado di distinguere le emozioni le une dalle altre, ne percepiva solo l’intensità, e quindi non poteva ancora sapere che quelle che coglieva in Aleksandra Todorovna erano le scariche adrenaliniche di piacere che lei provava al culmine del godimento fisico. Non sapeva ancora che quel tipo di emozione era così frequente nella vita di Aleksandra Todorovna perché lei era una di quelle poche persone che non possono lasciare passare un giorno senza avere avuto almeno un orgasmo, non importa se attraverso un rapporto con un’altra persona o per masturbazione. Tutto questo il cappello non poteva ancora saperlo perché non era ancora sufficientemente esperto, in un certo senso era ancora troppo giovane.

Clown

Se non avete mai avuto la necessità di indossare una maschera allora siete fortunati oppure bugiardi.
Più la seconda credo. A volte può anche essere divertente vestire i panni di qualcuno che non sei oppure può servire non dire la verità di fronte a domande stronze.
Ma chi si nasconde realmente dietro le maschere che incontriamo ogni giorno, le persone che incontriamo, con cui parliamo, sono veramente quelle che vediamo o dietro la maschera vivono emozioni diverse da quelle che ci sono date da sentire.
clown_nose
Böll e Charlot in tempo reale
Il faretto, manovrato da uno degli inservienti, si muoveva a ritmo della musica che la piccola orchestra stava suonando. Era triste e allegra al tempo stesso.
Com’era quella cosa? Allegria triste e tristezza allegra, fado, ma non era fado. Ricordava piuttosto le colonne sonore dei film muti; pianisti, o forse meglio suonatori di piano, mediocri che suonavano mediocremente musica mediocre. Ma c’erano le immagini, così grandi e coinvolgenti, Buster Keaton, Harold Lloyd, Harry Langdon, Charlie Chaplin, che ti catturavano. E tutto il resto, quello che faceva da contorno, risultava così influenzato da tanta grandezza che anche la mediocrità sembrava arte.
Come quella musica.
Il clown si muoveva sulla pista con leggerezza.
Movimenti lenti.
Pochi, semplici oggetti in una valigia aperta, tre palline di gomma rossa, un fazzoletto, una banana e un violino.
Il vestito di seta, bianco, ampio, con grandi bottoni neri.
Un cappello a punta e sul volto, anch’esso bianco e con un’espressione triste dipinta, una lacrima rigava di nero una guancia.
Non una parola usciva dalla sua bocca, non un gemito o un verso qualunque.
Solo le mani si muovevano. A descrivere cose inesistenti, a toccarle, a brandirle.
Il pubblico, estasiato, seguiva ogni gesto, ogni piccolo movimento con bramosia per paura di perdere la magia che il clown sapeva suscitare.
Tutti ridevano.
Risate libere e liberatorie.
Risate per esorcizzare la serietà del vivere quotidiano.
Ridevano e amavano il clown.
Ridevano e pregavano.

“Credo nel potere del riso e delle lacrime
come antidoto all'odio e al terrore
E’ paradossale che nell'elaborazione d'una comica
la tragedia stimoli il senso del ridicolo;
perché il ridicolo, immagino, è un atteggiamento di sfida:
dobbiamo ridere in faccia alla tragedia, alla sfortuna
e alla nostra impotenza contro le forze della natura,
se non vogliamo impazzire". (Charlot)

Improvvisamente la musica si interruppe.
Le luci si spensero e soltanto un piccolo spot rimase fisso a illuminare il clown immobile al centro della pista.
Il pubblico osservava in silenzio.
In attesa.
Il clown lentamente si chinò sulla valigia.
Afferrò il violino e, appoggiatolo alla spalla, cominciò a suonare.
Era una musica dolce. Triste ma allegra.
Bellissima.
E continuando a suonare si girò e lento, come la musica, uscì dalla pista.
Gli applausi del pubblico crescevano all’inverosimile quasi volessero squarciare il tendone mentre fuori, lontano, la musica dolce e triste del violino sfumava.

Il clown si sedette al tavolo da trucco. Era stanco.
Con gesti lenti si tolse il cappello e il vestito di seta con grandi bottoni neri.
Li appese a un servo muto.
Da una scatola aperta prese con la mano destra una buona quantità di crema e se la fregò sul viso.
Da un’altra scatola prese dei piccoli dischi di cotone e cominciò a togliere la crema che aveva appena spalmato.
Il volto asciutto dell’uomo cominciò ad affiorare.
Capelli ingrigiti dal tempo.
Qualche ruga attorno alla bocca e agli occhi.
Sul viso un espressione triste.
Una lacrima gli rigava una guancia.
Guardò la sua immagine riflessa nello specchio. Un istante. Un’eternità.
Aprì il cassetto del tavolo da trucco e ne estrasse una rivoltella.
Un sospiro.
La puntò alla tempia.
Uno sparo.

“Ok, ok! Ragazzi vediamo di essere tutti pronti. Datemi la 4. Alessio, perdio, vuoi darmi questa cazzo di 4?”
Il regista era agitato. In fibrillazione.
Aveva intuito immediatamente la potenzialità della situazione. Audience. Pubblicità.
Ma bisognava essere pronti. Capaci. Dare risalto alla drammaticità della situazione. Scavare ai margini delle motivazioni, rimestando in tutta la merda possibile ma senza mai prenderla in mano.
Solo per farla vedere, come per caso.
Per non passare come sciacalli.
“Andiamo con la pubblicità. Subito. Un minuto. Un minuto.”
Premette il tasto per attivare il microfono.
“Barbara, ci sei?”
“Sì, Paolo, ci sono. Dieci secondi e sono pronta ad andare in onda.”
“Bene. Tutti pronti adesso. Iniziamo con un primo piano di Barbara.”
Il volto di una donna apparve in primo piano sugli schermi.
“Perfetto. Barbara, fammi una bella faccia triste. No. Non così, cazzo. Così è troppo. Siamo dei professionisti, noi.”
“Va bene così?”
“Sì. Così va bene.”
Guardò il grande orologio appeso al muro: 10 secondi.
“Ok, ragazzi. Tutti pronti, fra 10 secondi si va.”
“Barbara. Triste ma non troppo. Pronti con le telecamere mobili?”
“Sì l’elicottero è già partito.”
“Perfetto.”
Guardò nuovamente l’orologio.
“Pronti? 4, 3, 2, 1, vai.”
La voce calda di Barbara inondò lo studio.
“Eccoci nuovamente con voi, amici tespettatori.”
Con una mano finse di raccogliere qualcosa sotto l’occhio sinistro.
“Scusate ma qui siamo ancora tutti scioccati da quanto successo.”
Un’altra pausa.
Un sospiro profondo come a raccogliere energie disperse.
“Il nostro reality perde un altro concorrente, purtroppo.”
Paolo sorrise.

I gatti della maestra

Questo è il primo dei miei racconti brevi, quello con cui ho iniziato a esplorare il mondo del giallo o, meglio ancora, ho cominciato a interessarmi di storie "torbide" per provare a cogliere quei sentimenti che galleggiano negli angoli più bui dell'anima: anche questa è pur sempre "dimensione umana".
veneziana
I gatti della maestra
Un dito ad allargare appena una fessura tra le strisce della veneziana. Uno squarcio, un sottilissimo varco, ma sufficiente a fare entrare un pezzetto di mondo nella stanza affondata nella semioscurità. Una lama di sole si impadronì della breccia a illuminare il pavimento di legno asciugato dal tempo dove chiara apparve l’impronta del suo piede sinistro nudo. Impronte di piedi nudi, tracce indistinte del passato illuminate ogni tanto dai fari del caso su palcoscenici improvvisati. Migliaia di piccole particelle di polvere seguivano i passi di una danza incomprensibile. Eccitate.
Un colpo. Una porta si chiuse dall’altra parte del fiume di asfalto. La scena di un film già visto centinaia di volte. Il vecchio signor Carli uscì di casa. Il signor Carli era una di quelle persone che nascono già vecchie, probabilmente già vedovo prima di diventarlo, e che aveva perso il suo futuro tra i bottoni, le chiusure automatiche e le giarrettiere della sua merceria. Solo il passato gli era rimasto. E brandelli di presente. Era fermo davanti alla porta, la schiena alla strada. Mise una mano in tasca. Ne trasse un piccolo portamonete che usava anche per custodire la chiave di casa. La prese, la infilò nella toppa e chiuse con tre giri, quelli consentiti dalla serratura. Sfilò la chiave e la ripose con attenzione al suo posto. Fece scivolare il portamonete nuovamente nella tasca. Con la mano destra afferrò la maniglia e diede due violenti strattoni. Rassicurato, abbottonò la giacca, prese il bastone che fino a quel momento era rimasto agganciato al braccio sinistro e si girò verso la strada. Percorse i pochi passi che lo dividevano dal marciapiede e lì si fermò. Guardò a destra e poi a sinistra, giù verso il porto. Due bambini gli passarono davanti sghignazzando per qualcosa che loro soltanto conoscevano. I loro passi erano ritmati dai rimbalzi ossessivi del pallone con cui uno dei due giocherellava. Il vecchio signor Carli li lasciò passare e poi si avviò verso destra. Incrociò la signora Benelli, si fermò e la salutò, accennando un inchino, toccandosi appena il cappello con la mano sinistra. La signora Benelli rispose bofonchiando al saluto, schiacciata dal peso delle sporte che le occupavano le mani e dall’afa. Il signor Carli percorse quasi tutta la fessura nella veneziana ed entrò nel negozio di alimentari del signor Modesto.
La signora Benelli intanto si era fermata dall’altra parte della fessura, nella povera ombra che il glicine della maestra Nencini proiettava sul marciapiede. Posò le sporte a terra. Il calore di quella giornata di agosto stava sciogliendo il grasso che da sempre si portava addosso. Rivoli di sudore stavano tracimando dai capelli tinti di rosso. Prese un fazzoletto di carta dalla borsetta e si asciugò il volto. Prese un altro fazzoletto. Guardò verso il porto e poi dall’altra parte. Si asciugò le ascelle e la profonda spaccatura tra i seni. Guardò nuovamente verso il porto e poi dall’altra parte. Gettò i fazzoletti ai piedi del glicine, prese le sporte da terra ed uscì dall’orizzonte della veneziana.
Una mosca ronzò nella stanza, protetta dalla penombra. Tolse il dito dalla fessura. La lama di luce, tagliata, si disperse nel nulla, la danza delle particelle di polvere cessò. Andò in cucina per prendere lo scacciamosche. Odiava le mosche. Pensò improvvisamente che i suoi piedi nudi, leggermente sudati, stavano lasciando impronte che mai sarebbero state illuminate. Sarebbero rimaste per sempre su quel pavimento. Fino alla fine dei giorni. Quantomeno fino a che la casa sarebbe stata distrutta. Invisibili agli occhi. “E al cuore?” pensò. Ma anche quel pensiero, così come era venuto, presto svaporò, via, verso chissà quale stella.
Non rimane nulla di noi. Rimangono solo le maschere che indossiamo, un giorno dopo l’altro. Appese a qualche muro.
La calura liquefaceva l’aria rendendola irrespirabile. Piccole gocce di sudore si rincorrevano sulla sua pelle verso il traguardo delle mutande che, fastidiosamente inzuppate, si infilavano tra le natiche. Le tolse.
Sotto i piedi sentì con piacere il fresco del pavimento di gres della cucina. Aprì il frigorifero. Prese il cartoccio di succo di frutta. Arancia. Bevve avidamente e lo ripose. Chiuse il frigo mentre una piccola goccia di succo scelse la libertà. Si staccò dalla sua bocca e lasciò sul pavimento l’impronta di sé e tante piccole immagini appese tutto intorno.
Tornò in soggiorno con lo scacciamosche e compì la sua opera. Un’altra impronta del passato sul pavimento.
Pensò quanto fosse curioso quel nome: avrebbe dovuto essere “schiacciamosche”. Non scacciamosche. Ma fu solo per un attimo. Il pensiero cadde a terra assieme allo scacciamosche e rotolò, perdendosi, in qualche angolo buio di quel presente già diventato passato.
Tornò il dito ad allargare appena una fessura tra le strisce della veneziana. Tornò la lama di sole a illuminare il pavimento e l’impronta del suo piede sinistro nudo. Tornò la danza delle piccole particelle di polvere.
Erano apparsi i primi gatti dall’altra parte della strada. Gironzolavano attorno al glicine, dissimulando con abilità lo scopo che li attirava da quella parte della città. Uno strofinò il fianco destro al pilastro che reggeva il glicine e la cancellata. Fece un giro su sé stesso. Strofinò il fianco sinistro e poi varcò quel confine passando tra le sbarre della cancellata. Semplicemente. Si fermò a leccarsi una zampa con fare indifferente. Probabilmente era il segnale convenuto. Decine di altri gatti apparvero nella strada e si diressero al cortile della maestra.
Una porta si aprì, cigolando. Probabilmente manifestando in quel modo la noia di quei gesti ripetuti. Decine di code dritte.
La maestra uscì, tenendo una pentola tra le mani. Tutto sapeva di vecchio, la pentola, le mani, la maestra. Malferma per l’artrosi e per i troppi ricordi che traboccavano dalla sua mente e si stratificavano sulle spalle, incurvandole.
Attraverso la fessura nella veneziana entravano nel suo soggiorno i miagolii e le fusa, la voce malsicura che ripeteva ossessivamente lo stesso richiamo, il rumore di piedi strascicati. Tutto uguale. Ogni giorno. E domani si replica. Si chiedeva se gli attori sanno quando è arrivato il giorno dell’ultimo spettacolo. Sicuramente lo sospettano.

Un dito allargò appena una fessura tra le strisce della veneziana. Fuori era buio e l’aria era fresca. Finalmente. Guardò oltre il glicine, dall’altra parte della strada. La finestra del suo soggiorno era buia, la veneziana abbassata. Si tirò indietro, mise il coltello nel sacchetto di nailon che aveva con sé. Si tolse il lungo impermeabile, trasparente e leggero, ricordo di una visita alle cascate del Niagara e cacciò anche quello nel sacchetto con il coltello e uscì.
Si affrettò ad attraversare il piccolo giardino mentre il suo sguardo perlustrava l’orizzonte e il terreno. Evitò, aggirandole, le ciotole dei gatti. I gatti.
In strada si tolse i guanti e li mise con il resto.
L’aria della sera era piacevole.
Entrò in casa. Si tolse le scarpe e le ripose dopo aver controllato che non fossero sporche di sangue. Con piacere sentì nuovamente il pavimento sotto i suoi piedi nudi.
Andò in cucina. Tolse il coltello dal sacchetto e lo posò nel lavandino. Appallottolò il sacchetto con l’impermeabile e i guanti e lo chiuse in un altro sacchetto. Appallottolò anche questo e lo mise accuratamente nel sacchetto dell’immondizia. Più tardi l’avrebbe gettato. Lavò con attenzione il coltello e lo ripose con le altre posate nel cassetto. Lavò con attenzione il lavandino. Due volte.
Andò in bagno, si spogliò e gettò i vestiti nel cesto della biancheria sporca. L’acqua fredda della doccia scivolava sulla sua pelle portandosi via il caldo e il sudore di quella giornata d’agosto. Fregò a lungo la sua pelle fino a farla arrossare. Non voleva che restassero tracce di quel recente passato. Per un attimo pensò allo sguardo stupito della maestra, quel rantolo leggero, prima di morire. Non urla e disperazione. Forse lo sapeva che il sipario stava per calare. E la sensazione strana, quando il coltello penetrò leggero tra le costole, senza trovare ostacolo alcuno. Quasi che la strada fosse già tracciata. L’ultimo sospiro. Come un palloncino che si sgonfia.
Un brivido improvviso interruppe il corso dei suoi pensieri. Aveva freddo ora. La sua pelle si accapponò inturgidendo il suo seno e i capezzoli. Spade puntate nel cielo.
Dal giorno successivo avrebbe portato lei il cibo ai gatti. Non aveva niente da fare. Almeno fino all’inizio della scuola.