Il rossettoNaturalezza e artificio
La motonave Liberty stava per iniziare le manovre per l’attracco.
Il porto di Assuan.
Da poco erano passati tra le isole Elefantina e Plantation. A sinistra già si vedevano le tombe rupestri.
La nave, superato il grande ponte, si lasciò sulla destra l’isola di Phile ed ecco Agilika con il tempio di Iside.
Il tepore di quella giornata di marzo invogliava a camminare.
Amalia accolse volentieri l’invito trasmesso alla sua pelle dai raggi del sole e da quella leggera brezza da sud che le scompigliava i lunghi capelli ondulati il cui colore infiammava la tunica di lino bianco.
Scese nella sua cabina, indossò i sandali, mise a tracolla la capace borsa, afferrò la macchina fotografica e si avviò alla passerella.
Con un rapido movimento sì coprì la testa con la pashmina rossa che teneva sulle spalle, scese dalla nave e si avviò verso la città.
Una vorticosa fiumana di persone e colori la trascinò attraverso i vicoli della kashba fino al grande suk.
Amalia si guardò intorno estasiata.
Chiuse gli occhi ed aspirò voluttuosamente aria dal naso a riempire i polmoni e la mente di quei profumi, di quel vociare confuso, di quel senso di antico e immoto.
Sembrava che il tempo si fosse fermato.
Odore intenso di spezie.
Chiodi di garofano, soprattutto, ma anche pepe, cinnamomo, zenzero, cannella e noci moscate.
Tessuti colorati e prodotti nubiani.
Fu colta da un vortice di emozioni e sensazioni inebrianti in cui, per un istante infinitamente lungo, cadde.
Fino a perdere il respiro.
Carovane dall’Africa centrale.
Fuggì.
E si ritrovò, sola, a camminare su un sentiero che costeggiava il grande fiume.
Camminò a lungo in quella sensazione di pace improvvisa e consolatrice.
Stava già pensando di ritornare alla nave quando i suoi occhi colsero un leggero movimento sulla riva.
A poca distanza da lei, all’ombra di una macchia di tamerici, una donna, il capo coperto da un velo di cotone azzurro, era inginocchiata su una sporgenza rocciosa che si perdeva nell’acqua del fiume.
Alla sua destra una cesta piena di panni.
Alla sua sinistra altri panni.
Bagnati.
Quelli che già aveva lavato.
Una tunica bianca lasciava scoperti soltanto i piedi nudi, piccoli e ben fatti.
A poca distanza, un paio di sandali accuratamente riposti.
Amalia si avvicinò.
Si sedette su una pietra.
Si tolse i sandali, che appoggiò su terreno alle sue spalle.
L’acqua era piacevolmente fresca.
Prese dalla borsa un pacchetto di sigarette.
Ne accese una, aspirando profondamente. Con piacere.
Attraverso una leggera cortina di fumo azzurrina vide che la donna fregava con energia un telo, probabilmente di lino, sulla superficie lucida della pietra.
Chissà quanti panni l’avevano trasformata. Chissà quante ginocchia vi si erano intorpidite.
La donna sollevò il telo a controllare l’efficacia del suo lavoro e, evidentemente soddisfatta, lo posò sul mucchio alla sua sinistra.
Trasse un profondo respiro ristoratore, piegò lievemente il capo e portò il dorso dell’avambraccio destro a detergersi la fronte.
Gesto universale e antico.
Un attimo.
Poi prese un altro indumento dalla cesta e ricominciò il suo lavoro.
Daccapo.
Come prima.
Come sempre.
Ora Amalia riusciva a coglierne il profilo, reso ancora più bello dalla naturalezza dei gesti.
Una ragazza. Quindici o sedici anni. Non di più.
I pochi raggi del sole che riuscivano a perforare le fronde davano bagliori irregolari sui suoi capelli castani, quei pochi che riuscivano a ribellarsi al rigore del velo, e sulla giovane pelle olivastra del suo viso, in cui emergevano due splendidi occhi grigi.
Grandi come il mare.
Profondi come l’anima che riflettevano.
Luminosi come i sogni che l’accompagnavano.
Quante volte quel luogo aveva visto ripetersi quei gesti.
Quanti sguardi l’acqua del fiume aveva accolto offrendo impalpabili scenografie a sogni nascosti.
Quanti segreti desideri, confidati, gridati o pianti, erano stati liberati al vento.
Molti si erano dispersi chissà dove ma molti ancora erano rimasti lì, sulla riva del grande fiume.
Se ne percepiva la presenza, chiara.
Forse prigionieri, impigliati ai rami delle tamerici o alle canne di papiro, o forse semplicemente non sapevano dove volare.
Amalia sentì fortissimo il desiderio di fermare quell’immagine.
Di scolpirla nel granito di un universo senza tempo.
Di catturarla, imprigionarla, portarla via.
Per sempre.
Piccolo ritaglio rubato di una vita sconosciuta.
Naturale, inconsapevole bellezza di gesti, posture, espressioni provenienti da altre dimensioni.
Da universi lontani.
Amalia prese la macchina fotografica dalla borsa.
Impostò l’apertura del diaframma, il tempo di esposizione e lo zoom.
Tornò ad alzare gli occhi e incontrò quelli, bellissimi, della ragazza.
Lo sguardo serio.
Un leggero cenno furtivo con il capo la convinse a guardare più a valle, oltre le sue spalle.
All’ombra di tre palme che crescevano vicine, sulla riva del fiume a circa trenta metri dalla ragazza, due uomini, quasi invisibili nelle loro galabayye di cotone nero.
Probabilmente parenti della ragazza.
Guardiani.
Nuovamente gli sguardi si incrociarono.
La ragazza si passò un dito sulle labbra, disegnandone il contorno. Furtivamente.
Amalia comprese.
Appese al collo la macchina fotografica, prese i sandali e si alzò.
Camminando per tornare sul sentiero, la sua mano destra affondò nella borsa e ne trasse il rossetto che, passando vicino alla ragazza, lasciò cadere per terra.
Con gesto rapido la ragazza lo raccolse e lo fece sparire tra le pieghe del suo vestito.
Arrivata sul sentiero, Amalia si appoggiò al tronco di un albero per mettersi i sandali.
Si voltò per guardare la ragazza un’ultima volta.
La ragazza le sorrise.
Con un altro rapido gesto della mano destra le fece capire che poteva fotografarla, ora.
Era in posa.
Sorridente. Selvaggia. Splendida.
Non più vera.
Le dita della mano destra perdute nella tunica.
Probabilmente sfioravano il piccolo tubetto.
Il suo tesoro.
Amalia le sorrise.
E si incamminò verso la città.
Il porto di Assuan.
Da poco erano passati tra le isole Elefantina e Plantation. A sinistra già si vedevano le tombe rupestri.
La nave, superato il grande ponte, si lasciò sulla destra l’isola di Phile ed ecco Agilika con il tempio di Iside.
Il tepore di quella giornata di marzo invogliava a camminare.
Amalia accolse volentieri l’invito trasmesso alla sua pelle dai raggi del sole e da quella leggera brezza da sud che le scompigliava i lunghi capelli ondulati il cui colore infiammava la tunica di lino bianco.
Scese nella sua cabina, indossò i sandali, mise a tracolla la capace borsa, afferrò la macchina fotografica e si avviò alla passerella.
Con un rapido movimento sì coprì la testa con la pashmina rossa che teneva sulle spalle, scese dalla nave e si avviò verso la città.
Una vorticosa fiumana di persone e colori la trascinò attraverso i vicoli della kashba fino al grande suk.
Amalia si guardò intorno estasiata.
Chiuse gli occhi ed aspirò voluttuosamente aria dal naso a riempire i polmoni e la mente di quei profumi, di quel vociare confuso, di quel senso di antico e immoto.
Sembrava che il tempo si fosse fermato.
Odore intenso di spezie.
Chiodi di garofano, soprattutto, ma anche pepe, cinnamomo, zenzero, cannella e noci moscate.
Tessuti colorati e prodotti nubiani.
Fu colta da un vortice di emozioni e sensazioni inebrianti in cui, per un istante infinitamente lungo, cadde.
Fino a perdere il respiro.
Carovane dall’Africa centrale.
Fuggì.
E si ritrovò, sola, a camminare su un sentiero che costeggiava il grande fiume.
Camminò a lungo in quella sensazione di pace improvvisa e consolatrice.
Stava già pensando di ritornare alla nave quando i suoi occhi colsero un leggero movimento sulla riva.
A poca distanza da lei, all’ombra di una macchia di tamerici, una donna, il capo coperto da un velo di cotone azzurro, era inginocchiata su una sporgenza rocciosa che si perdeva nell’acqua del fiume.
Alla sua destra una cesta piena di panni.
Alla sua sinistra altri panni.
Bagnati.
Quelli che già aveva lavato.
Una tunica bianca lasciava scoperti soltanto i piedi nudi, piccoli e ben fatti.
A poca distanza, un paio di sandali accuratamente riposti.
Amalia si avvicinò.
Si sedette su una pietra.
Si tolse i sandali, che appoggiò su terreno alle sue spalle.
L’acqua era piacevolmente fresca.
Prese dalla borsa un pacchetto di sigarette.
Ne accese una, aspirando profondamente. Con piacere.
Attraverso una leggera cortina di fumo azzurrina vide che la donna fregava con energia un telo, probabilmente di lino, sulla superficie lucida della pietra.
Chissà quanti panni l’avevano trasformata. Chissà quante ginocchia vi si erano intorpidite.
La donna sollevò il telo a controllare l’efficacia del suo lavoro e, evidentemente soddisfatta, lo posò sul mucchio alla sua sinistra.
Trasse un profondo respiro ristoratore, piegò lievemente il capo e portò il dorso dell’avambraccio destro a detergersi la fronte.
Gesto universale e antico.
Un attimo.
Poi prese un altro indumento dalla cesta e ricominciò il suo lavoro.
Daccapo.
Come prima.
Come sempre.
Ora Amalia riusciva a coglierne il profilo, reso ancora più bello dalla naturalezza dei gesti.
Una ragazza. Quindici o sedici anni. Non di più.
I pochi raggi del sole che riuscivano a perforare le fronde davano bagliori irregolari sui suoi capelli castani, quei pochi che riuscivano a ribellarsi al rigore del velo, e sulla giovane pelle olivastra del suo viso, in cui emergevano due splendidi occhi grigi.
Grandi come il mare.
Profondi come l’anima che riflettevano.
Luminosi come i sogni che l’accompagnavano.
Quante volte quel luogo aveva visto ripetersi quei gesti.
Quanti sguardi l’acqua del fiume aveva accolto offrendo impalpabili scenografie a sogni nascosti.
Quanti segreti desideri, confidati, gridati o pianti, erano stati liberati al vento.
Molti si erano dispersi chissà dove ma molti ancora erano rimasti lì, sulla riva del grande fiume.
Se ne percepiva la presenza, chiara.
Forse prigionieri, impigliati ai rami delle tamerici o alle canne di papiro, o forse semplicemente non sapevano dove volare.
Amalia sentì fortissimo il desiderio di fermare quell’immagine.
Di scolpirla nel granito di un universo senza tempo.
Di catturarla, imprigionarla, portarla via.
Per sempre.
Piccolo ritaglio rubato di una vita sconosciuta.
Naturale, inconsapevole bellezza di gesti, posture, espressioni provenienti da altre dimensioni.
Da universi lontani.
Amalia prese la macchina fotografica dalla borsa.
Impostò l’apertura del diaframma, il tempo di esposizione e lo zoom.
Tornò ad alzare gli occhi e incontrò quelli, bellissimi, della ragazza.
Lo sguardo serio.
Un leggero cenno furtivo con il capo la convinse a guardare più a valle, oltre le sue spalle.
All’ombra di tre palme che crescevano vicine, sulla riva del fiume a circa trenta metri dalla ragazza, due uomini, quasi invisibili nelle loro galabayye di cotone nero.
Probabilmente parenti della ragazza.
Guardiani.
Nuovamente gli sguardi si incrociarono.
La ragazza si passò un dito sulle labbra, disegnandone il contorno. Furtivamente.
Amalia comprese.
Appese al collo la macchina fotografica, prese i sandali e si alzò.
Camminando per tornare sul sentiero, la sua mano destra affondò nella borsa e ne trasse il rossetto che, passando vicino alla ragazza, lasciò cadere per terra.
Con gesto rapido la ragazza lo raccolse e lo fece sparire tra le pieghe del suo vestito.
Arrivata sul sentiero, Amalia si appoggiò al tronco di un albero per mettersi i sandali.
Si voltò per guardare la ragazza un’ultima volta.
La ragazza le sorrise.
Con un altro rapido gesto della mano destra le fece capire che poteva fotografarla, ora.
Era in posa.
Sorridente. Selvaggia. Splendida.
Non più vera.
Le dita della mano destra perdute nella tunica.
Probabilmente sfioravano il piccolo tubetto.
Il suo tesoro.
Amalia le sorrise.
E si incamminò verso la città.







