
Come dentro un film
L’ansia si stava impadronendo di lui. Guardò l’orologio ancora una volta. L’ennesima in pochi minuti. Era passato un soffio di tempo appena dall’ultima. Sembrava un’eternità, come ogni istante trascorso senza di lei.
Era entrata nella sua vita all’improvviso, inattesa, come spesso accade quando tutto sembra crollarti addosso e nulla va per il verso giusto. Succede.
Era un periodo di merda. La ragazza lo aveva mollato per un altro, un amico. Ma non uno qualunque: uno dei suoi migliori amici. Uno di quelli che “ne capitano pochi nella vita, non più delle dita di una mano”. Francesco, Checco, il moccolo. Erano cresciuti insieme, da prima della scuola, tra via Vespucci e i giardinetti dell’Annunziata. E avevano continuato a frequentarsi anche dopo l’incontro con Valentina. Ma poi lei lo molla, “sai, non trovo più le sensazioni di prima con te”, “spero di non ferirti”, “spero che resteremo amici”. Sembrava una cosa normale, da piangere un po’, una sbronza con gli amici “per dimenticare” e nulla più. Bastò la parola di un amico e la seguì fino a che la vide cadere tra le braccia di lui. Vale e Checco. Checco e Vale. Lui stronzo e lei troia.
E poi suo padre. La malattia. “E’ la vita”, “tu devi continuare, fallo per lui, che non vorrebbe vederti così”, “forza ragazzo”. Vecchio bastardo, perché mi hai lasciato solo? Perché?
Per non parlare del lavoro. Quello stronzo del capo squadra sembrava avercela su con lui. Succedeva qualcosa, era colpa sua. “Marcello, deficiente, possibile che tutto quello che fai finisce in merda. Sarebbe molto meglio perderti che trovarti. Che errore ha fatto l’azienda a prenderti. Ah, se dipendesse da me.” “Bastardo, bastardo, bastardo. Prima o poi te la faccio pagare, te ne pentirai.” Per fortuna che c’era il vecchio Paolo. Avrebbe potuto farsi i cazzi suoi, se lo sarebbe potuto permettere, gli mancava poco alla pensione. Invece no, lui c’era sempre. Per un consiglio, una parola di conforto, anche solo una pacca sulla schiena.
Gli altri no. Tutti bastardi. Anche gli amici. Li vedeva come ridevano quando lui arrivava al bar. Vale e Checco. Tutto stava andando a culo.
Ma finalmente comparve lei, Carlotta. Lo capiva. Si capivano. Senza bisogno di scegliere le parole. La verità allo stato puro. Amarla fu questione di un attimo, fin dalla prima sera, o meglio, fin dalla prima notte. Lui aveva il turno alle otto quella mattina e lei avrebbe dovuto alzarsi alle sei per aprire il bar con sua sorella, suo padre e sua madre sarebbero arrivati più tardi, ma restarono ugualmente a parlare fino alle tre, nessuno dei due aveva il coraggio di interrompere la magia.
Lo sguardo andò nuovamente all’orologio: le ventuno e tredici.
“Quasi un quarto d’ora di ritardo” pensò Marcello. “Non è da lei, di solito è puntuale.” “Che non le sia successo nulla, qualche imprevisto, o, peggio, un incidente.” “Magari non può venire oppure ha cambiato idea. L’altra volta avrò detto qualcosa che non le è piaciuta. Non mi pare.”
“Le nove e sedici e lei non c’è ancora.” “Carlotta.”
“Ciao, Marcello. Scusa il ritardo ma ho fatto tardi al bar.”
“Carlotta. Ero in pensiero. Cominciavo a temere che tu potessi esserti scordata del nostro appuntamento. Che magari volessi scordartene.”
“Non ti permettere, Marcello. Non ti permettere mai più di mettere in dubbio i miei sentimenti. Se avrò qualcosa da dirti al proposito te lo dirò. Io le cose non le mando a dire. Io non scappo.”
“Scusami, Carlotta. Ma, sai, ti conosco appena e già ho una paura tremenda di perderti. Cosa mi hai fatto? Cosa mi fai?”
“Non lo so Marcello cosa ci stia succedendo. So soltanto che per me è qualcosa di completamente nuovo, sconosciuto. Grande, misterioso, incredibilmente bello.”
“Sì, ma anche spaventoso. Perché ti può travolgere. Perché ti ci puoi perdere.”
“Oh, Marcello. E’ la stessa cosa che succede a me. E’ bellissimo e tremendo nello stesso tempo. E’ così diverso dal solito, così grande e travolgente, che mi sento completamente indifesa. Inerme.”
“Sì. E’ come trovarsi nudi davanti a qualcosa di enorme; così incombente; così fuori del normale che ti fa sembrare piccolo e insignificante. E’ come dentro un film. E’ come esserne i protagonisti e non gli spettatori. Ti amo Carlotta.”
“Anch’io, Marcello. Tantissimo.”
L’emozione del momento, la quantità di energia non controllata sprigionata da quell’amore nascente abortirono per alcuni istanti ogni ulteriore tentativo di comunicare. La prepotenza con cui quei sentimenti affioravano davanti alle loro coscienze, la forza selvaggia e primordiale che stava possedendo i loro corpi, fin dalle viscere, rendeva vano ogni tentativo di trovare nel loro vocabolario termini che anche in minima parte sapessero tradurre quello che stavano provando. Le parole, come bollicine di anidride carbonica in un bicchiere d’acqua, appena nate erano preda di una forza che le trascinava via, inesorabilmente, fino a farle scoppiare sotto il peso della loro inadeguatezza.
Sapeva Marcello che qualcosa di unico e irrepetibile gli stava accadendo. Emozionati brividi di freddo scesero dalle radici dei capelli fino ai garretti, rendendoli deboli e insicuri. L’esuberante forza di quel corpo di diciassettenne fu spremuta e risucchiata e in un attimo insufflata nel pene e nei testicoli che presero a dolergli, tanta era la pressione che dovevano sopportare.
Due lacrime di gioia segnarono le guance di Carlotta mentre la stessa forza le inturgidiva i seni e i capezzoli si indurivano eccitati sotto la leggerezza quasi inconsistente della camicetta di seta, chiedendo di essere baciati, toccati. Carlotta istintivamente alzò la sua mano ad accarezzarli, a sfiorarli appena con la punta dell’indice mentre un fiotto di calore scese dal suo ventre e si impossessò delle sue cosce.
Un’esplosione umorale squassava intanto il ragazzo.
Passarono ancora alcuni istanti mentre quella forza tremenda, come un’ondata di piena, si affievoliva all’orizzonte delle loro coscienze, lasciando dietro di sé detriti e scorie di gioia, imbarazzo, esaltazione e vergogna.
Per lunghi istanti non scorsero parole tra loro. Qualcosa di fastidioso si insinuava in loro, un vago senso di vergogna o di colpa, che si stava sostituendo alla passione di poco prima.
Entrambi furono colti dal bisogno di riflettere, di stare soli. Con le loro passioni, i loro sentimenti. Sapevano che da quel momento qualcosa era cambiato. Era nato qualcosa di magico ma nello stesso tempo provavano un senso di angoscia, un lutto per qualcosa che stava morendo. O che era già morto.
“Scusami Marcello ma ho assolutamente bisogno di riflettere, di stare un poco da sola. Io ti amo. Ora anche di più e sono felice. Tantissimo. Ma non so come e perché in questo momento sono anche triste.”
“Forse è la stessa cosa che sta accadendo a me. Ti capisco. Anche io devo starmene un poco da solo. Ti amo.”
“A domani.”
“A domani.”
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