Seconda puntata
Quando
Aleksandra Todorovna morì il cappello lo percepì chiaramente. Non
perché avesse già elaborato il concetto di morte ma perché sentì
improvvisamente intorno a sé il nulla. Era una sensazione nuova, mai
sentita prima: il vuoto. In quel momento seppe che Aleksandra Todorovna,
la sua padrona, non l’avrebbe mai più indossato e sentì il bisogno di
avere una nuova padrona. Decise così che l’avrebbe scelta lui. Tempo
prima si era accorto che riusciva in qualche modo a comunicare con
Aleksandra Todorovna. Non pensieri compiuti o complicati, questo no,
sensazioni semplici, star bene, star male, felicità, malessere,
riuscendo a influire sul modo di essere della sua padrona che
chiaramente mai si era accorta che fosse il cappello a farlo ma che
attribuiva questi improvvisi cambi di umore, così li chiamava lei, alla
sua vena artistica.
“Se riuscivo con lei, sicuramente allora posso comunicare anche con le altre donne” pensò il cappello che ancora non aveva chiaro il concetto di genere e che quindi pensava che tutti gli umani fossero donne.
Il cappello scelse Helena. Non fu una scelta difficile perché, tra tutte le persone che frequentarono la casa nei giorni successivi la scomparsa di Aleksandra Todorovna, lei era l’unica persona che il cappello “sentiva” veramente. Non ci aveva mai fatto caso prima ma in lei coglieva le stesse emozioni che aveva sempre trovato in Aleksandra Todorovna.
“Se riuscivo con lei, sicuramente allora posso comunicare anche con le altre donne” pensò il cappello che ancora non aveva chiaro il concetto di genere e che quindi pensava che tutti gli umani fossero donne.
Il cappello scelse Helena. Non fu una scelta difficile perché, tra tutte le persone che frequentarono la casa nei giorni successivi la scomparsa di Aleksandra Todorovna, lei era l’unica persona che il cappello “sentiva” veramente. Non ci aveva mai fatto caso prima ma in lei coglieva le stesse emozioni che aveva sempre trovato in Aleksandra Todorovna.
La
conflittualità derivante dall’assenza di una figura paterna aveva fatto
nascere in Helena Todorovna un disprezzo verso gli esponenti dell’altro
sesso così assoluto e totalizzante da rifiutarne inconsciamente
l’esistenza, da escluderli dalla propria vita.
Dopo alcune avventure giovanili, Helena Todorovna conobbe Michelle, un architetto di due anni più vecchia di lei. Si innamorarono perdutamente l’una dell’altra e condivisero una vita lunga e piena di soddisfazioni, la qual cosa permise al cappello di comprendere appieno la differenza tra le emozioni conseguenti al puro soddisfacimento di un desiderio sessuale, intense ma, acuminate e puntute, capaci di fare male, e quelle derivanti da un amore vero e totalizzante, con picchi meno decisi ma con un livello costante di presenza, quotidiano, e con linee morbide e smussate che non feriscono l’anima ma vi si adattano colmandone anche gli angoli più nascosti.
Il cappello ed Helena trascorsero tantissimi anni insieme. Furono anni intensi durante i quali il percorso di crescita del cappello proseguì fino all’elaborazione di concetti complessi quali la differenza tra processo speculativo volontario e inconscio, tra emozione e sentimento. Quando dopo molti anni Michelle morì, il cappello ebbe modo anche di comprendere il significato di dolore conseguente a una separazione così definitiva e in modo assolutamente personale elaborò anche il concetto stesso di morte così che quando dopo pochi mesi anche Helena morì il cappello ne soffrì molto arrivando a rammaricarsi per la propria incapacità di piangere.
Dopo alcune avventure giovanili, Helena Todorovna conobbe Michelle, un architetto di due anni più vecchia di lei. Si innamorarono perdutamente l’una dell’altra e condivisero una vita lunga e piena di soddisfazioni, la qual cosa permise al cappello di comprendere appieno la differenza tra le emozioni conseguenti al puro soddisfacimento di un desiderio sessuale, intense ma, acuminate e puntute, capaci di fare male, e quelle derivanti da un amore vero e totalizzante, con picchi meno decisi ma con un livello costante di presenza, quotidiano, e con linee morbide e smussate che non feriscono l’anima ma vi si adattano colmandone anche gli angoli più nascosti.
Il cappello ed Helena trascorsero tantissimi anni insieme. Furono anni intensi durante i quali il percorso di crescita del cappello proseguì fino all’elaborazione di concetti complessi quali la differenza tra processo speculativo volontario e inconscio, tra emozione e sentimento. Quando dopo molti anni Michelle morì, il cappello ebbe modo anche di comprendere il significato di dolore conseguente a una separazione così definitiva e in modo assolutamente personale elaborò anche il concetto stesso di morte così che quando dopo pochi mesi anche Helena morì il cappello ne soffrì molto arrivando a rammaricarsi per la propria incapacità di piangere.
I
beni di Helena e Michelle furono venduti e il cappello, con altri
vestiti e alcune suppellettili, finì nella bottega di un rigattiere. I
tristi ricordi suscitati da quell’ambiente vagamente familiare e il
dolore per la perdita di Helena gettarono il cappello in una sorta di
limbo oscuro, popolato da sintomi cognitivi ed emozionali che ne
diminuirono in maniera grave il tono dell'umore e ne compromisero
sensibilmente il suo desiderio di crescita. L’unico suo desiderio di
quel periodo fu dimenticare ed essere dimenticato.
Ma
anche se non lo sapeva ancora, perfino l’elaborazione del dolore
conduce in un percorso di crescita e quasi inconsapevolmente, esplorando
i complessi e oscuri rapporti esistenti in un processo di apprendimento
caratterizzato dal dualismo, dove solo chi conosce un profondo dolore
può apprezzare il grande amore e solo chi ha amato intensamente può
conoscere i baratri del dolore, riuscì finalmente a comprendere la
grandezza del sentimento che aveva provato per Helena e decise
finalmente che era pronto ormai per qualcosa di nuovo. Capì che quello
che aveva visto come l’unica sua possibilità di salvezza, dimenticare
Helena, era anche stato la più grande fonte di paura.
Per un’entità pensante, l’oblio non può rappresentare una meta salvifica ma la fine, la soluzione non può essere rappresentata dal buio ma dalla luce, non si può desiderare la morte ma la vita. E il nostro presente, ogni più piccolo istante, va rielaborato alla luce delle nostre esperienze passate per consentire a ciò che ne ha fatto parte di continuare a vivere. Il cappello decise così che era arrivato ormai il tempo di andarsene da quel luogo.
Per un’entità pensante, l’oblio non può rappresentare una meta salvifica ma la fine, la soluzione non può essere rappresentata dal buio ma dalla luce, non si può desiderare la morte ma la vita. E il nostro presente, ogni più piccolo istante, va rielaborato alla luce delle nostre esperienze passate per consentire a ciò che ne ha fatto parte di continuare a vivere. Il cappello decise così che era arrivato ormai il tempo di andarsene da quel luogo.
Fu
facile convincere il rigattiere, il vecchio Jean Claude, a tirarlo
fuori dalla vecchia cappelliera dove era rimasto per tutti quegli anni.
Il vecchio Jean Claude lo spolverò per bene, lo portò sul vecchio
furgone e, chiusa la sua bottega, partì.
Il cappello ebbe un posto in prima fila sulla bancarella del vecchio Jean Claude, posato sulla vecchia cappelliera ma non aveva fretta di essere venduto perché sapeva che prima o poi avrebbe trovato la padrona che stava cercando, ora voleva nuovamente apprezzare l’aria fresca e quel fluire di emozioni che percepiva intorno a lui.
Il cappello ebbe un posto in prima fila sulla bancarella del vecchio Jean Claude, posato sulla vecchia cappelliera ma non aveva fretta di essere venduto perché sapeva che prima o poi avrebbe trovato la padrona che stava cercando, ora voleva nuovamente apprezzare l’aria fresca e quel fluire di emozioni che percepiva intorno a lui.
Quando
lei si presentò davanti alla bancarella la riconobbe immediatamente,
minuta, sorridente e piena di energia e seppe anche che era colma di ciò
che lui stava cercando e a cui fino a quel momento non aveva saputo
dare un nome: libertà di pensiero.
Il cappello sta bene con la sua nuova padrona. Sì, sto bene con lei.
Descrivendosi, dice di essere una sociologa affascinata dalle storie di vita, che scruta il quotidiano alla ricerca dell'essenza. E’ proprio così. Con lei ho imparato nuove frontiere della consapevolezza di me e degli altri, delle differenze che rendono unico ogni essere pensante. La mia incapacità di comunicare con gli altri a un livello di consapevolezza reciproca non è più sinonimo di solitudine, riesco finalmente ad accettare la mia diversità.
Lei ama scrivere, raccontare storie, raccontarsi e da lei ho imparato il fascino del raccontare inteso come rielaborazione del proprio vissuto, scavare tra i ricordi per liberare la vera essenza delle cose anche se a volte mi sento limitato dal fatto di non avere le mani, di non poter scrivere, ma a questo ho posto rimedio perché riesco a farlo tramite altri.
Due cose però non ho ancora capito di lei.Descrivendosi, dice di essere una sociologa affascinata dalle storie di vita, che scruta il quotidiano alla ricerca dell'essenza. E’ proprio così. Con lei ho imparato nuove frontiere della consapevolezza di me e degli altri, delle differenze che rendono unico ogni essere pensante. La mia incapacità di comunicare con gli altri a un livello di consapevolezza reciproca non è più sinonimo di solitudine, riesco finalmente ad accettare la mia diversità.
Lei ama scrivere, raccontare storie, raccontarsi e da lei ho imparato il fascino del raccontare inteso come rielaborazione del proprio vissuto, scavare tra i ricordi per liberare la vera essenza delle cose anche se a volte mi sento limitato dal fatto di non avere le mani, di non poter scrivere, ma a questo ho posto rimedio perché riesco a farlo tramite altri.
Non so cosa sia un blog, so che lei ne ha uno, una specie di posto dove lei mette tutti i suoi racconti, ma non ho ancora capito bene cosa sia, ma soprattutto non capisco perché in questo luogo lei si faccia chiamare Dinamitarda mentre il suo vero nome è un altro.
Questo però non ve lo dico.
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