Tempo fa,
chiacchierando con un amico davanti al caminetto, lui raccontò alla mia
compagna e a me un'aneddoto divertente della sua gioventù. Io
l'ho trasformato in un racconto breve o, meglio, in 2 racconti, 2
storie diverse che, partendo dal medesimo punto del continuum
spazio-temporale, si dipanano però per percorsi diversi che si inoltrano
in universi molto lontani tra loro.
L’uovo fritto 1La valigia era pronta vicino alla porta di casa, il giaccone e il cappello appoggiati sopra. Le scarpe già lucidate e il biglietto del traghetto in tasca.
Finalmente Stoccolma.
Finalmente il lavoro che aspettava da tempo, per cui aveva studiato tanto. Per cui aveva penato, sudato, litigato con il padre ed era fuggito da casa, dal caldo.
Una mano in tasca a sfiorare il biglietto verso un’altra vita, lontano dal freddo, dalla neve e dal buio di Umea. Al sud.
Accese la radio. Chopin.
Dalla strada gli arrivò lo stridio dei freni di un mezzo pesante e più in sottofondo, lontano, il tossicchiare sommesso del motore di una chiatta. Chissà cosa trasportava, chissà dove.
Guardò l’orologio.
Le 12.
Aveva tutto il tempo per fare pranzo.
“Devi lasciare il frigorifero vuoto”, si era raccomandato Johan Johanson, il suo padrone di casa.
Aprì il frigorifero e ne estrasse il contenuto: due carote, una patata, una cipolla, un uovo, un residuo di burro, una fetta di pancetta e un fondo di formaggio italiano, caciocavallo, un piccolo lusso per non dimenticare casa.
C’erano gli ingredienti necessari per festeggiare, per prepararsi un piatto semplice ma sfizioso. La fantasia latina l’avrebbe sorretto in questo, era come un gioco, era ricordarsi casa.
Come la fame durante la guerra. Come la mamma, mani sapienti, che sapeva presentare così bene quel niente che c’era in casa che la sola vista ti saziava. La mamma.
Pulì le carote accuratamente, le lavò e le tagliò a julienne finissima.
Sbucciò le patate e ne ricavò delle fette molto sottili, quasi delle sfoglie.
Fischiettava.
La vita era bella.
Pelò la cipolla, a ritmo di Chopin la affettò finemente ad anelli e la passò nella farina di polenta. Mise le verdure a friggere.
Poi la pancetta.
E infine, nell’ultima noce di burro, salutata militarmente portando il cucchiaio alla fronte mentre si liquefaceva al calore del metallo, sfrigolò allegramente l’uovo.
Dopo i due minuti canonici di cottura, sgocciolò l’uovo e, senza salarlo, lo adagiò delicatamente nel piatto.
Accanto vi sistemò la julienne di carote, gli anelli di cipolla, le sfoglie di patate e la pancetta.
Rifinì il piatto con una pioggia di scaglie di caciocavallo.
Si sedette al suo solito posto, vicino alla finestra. Mangiando gli piaceva guardare fuori, la strada, il canale, il via vai di mezzi e persone.
Lo faceva sentire meno solo. Gli faceva dimenticare quella piccola stanza, quel piccolo rifugio a nord di suo padre.
Guardando il primo pezzo d’uovo sulla forchetta gli venne in mente un famoso film di Alberto Sordi.
“Uovo, vigliacco, tu m’hai provocato e io me te magno”.
Sorrise.
Era buono quell’uovo.
E bene augurante. Origine del mondo, embrione e germe della vita deposto da Eurinome, la Grande Viaggiatrice, nella notte orfica.
Simbolo dunque di nascita.
O di nuova vita. Da domani.
Finì con soddisfazione di mangiare. Si alzò da tavola e riassettò, lavò, asciugò e riordinò le stoviglie al ritmo del Bolero di Ravel.
Una sirena di una nave arrivò da lontano.
Un brivido gli percorse la schiena. Conosceva bene quel suono dopo anni di abitudine.
Era il traghetto delle 14. Suonava sempre la sirena quando partiva.
Era il suo traghetto.
Guardò con ansia l’orologio appeso al muro: le 12.
Era fermo. Quel maledetto orologio era fermo.
Guardò l’orologio al polso: le 14 e 01.
Il biglietto. Dove diavolo era quel maledetto biglietto?
Ah sì, nella giacca. L’aveva messo nella tasca interna della giacca. Appena comprato, il giorno prima.
Ma dove cazzo era la giacca? Allora, calma, doveva stare calmo. Ieri sera era andato alla biglietteria della RgLines, aveva comperato il biglietto e poi era tornato a casa. Aveva preparato la valigia, aveva cenato e poi era andato a letto.
Ma dove aveva messo la giacca?
Porca vacca. Cazzo, cazzo, cazzo!
Basta con la distrazione, basta. Da oggi vita nuova.
Trasse un profondo respiro e decise di farsi un caffè. Un bel caffè, con la moka, all’italiana.
E poi avrebbe ragionato.
Mise su il caffè e presto un caldo e accogliente profumo avvolse il piccolo ambiente.
Versò il caffè nella tazza, che tenne tra le mani per assaporarne anche il tepore.
Si avvicinò alla finestra e guardò fuori. Il canale verso il mare, verso la Finlandia.
Il via vai di imbarcazioni l’aveva spesso consolato nei lunghi momenti di solitudine e a volte distratto e coccolato quando la nostalgia di casa l’afferrava alla gola.
Umea addio, canticchiò sorridendo. Era stato un buon rifugio quando aveva deciso di lasciare casa, di allontanarsi dal padre. Ma il tempo smussa gli spigoli. Era arrivato il momento di ricominciare il percorso inverso, di cominciare a riavvicinarsi. Stoccolma, per il momento e poi chissà.
Stoccolma e il lavoro che sognava da tempo, per cui aveva penato, sudato e patito a volte la fame.
Addio Umea, addio buchi nel ghiaccio nella speranza di pescare la cena, addio boschi e vesciche lasciate sui manici delle scuri.
Addio Umea.
E grazie.
Una folgorazione. La giacca poteva essere nella valigia.
Appoggiò rapidamente la tazzina sporca sul davanzale e corse alla porta di ingresso dove la sera prima aveva appoggiato la valigia.
L’aprì facilmente, non era chiusa a chiave, non la chiudeva più da quando aveva smarrito le chiavi.
La giacca. Il biglietto nella tasca interna.
Sorrise di se stesso e ribadì per l’ennesima volta la promessa che non sarebbe più stato così disordinato.
Con un sospiro di sollievo guardò l’orologio appeso alla parete: le 12. Aveva tempo di mangiare qualcosa prima di andare al terminal dei traghetti.
Aprì il frigorifero. Un uovo, un po’ di burro e una fetta di pancetta.
Potevano bastare.
Gettò tutto in una padella e fece soffriggere per alcuni minuti.
Con una forchetta fece cadere tutto in un piatto e buttò la padella nel lavandino.
Prima di uscire avrebbe riassettato.
L’aveva promesso al padrone di casa, il signor Johanson, quel vecchio bilioso.
Appoggiò il piatto sul tavolo e accese la radio.
Musica, vecchia compagna.
Si sedette e assaggiò l’uovo. Non c’era sale. Se n’era dimenticato.
Prese il barattolo del sale, l’aprì, prese un pizzico di sale.
Una voce alla radio lo congelò: “Sono le ore 13 e 30.”
Un brivido di adrenalina.
Guardò l’orologio appeso al muro: le 12. Cazzo.
Guardo l’orologio al polso: le 13 e 21. Cazzo.
Fece ricadere il sale nel barattolo e si pulì frettolosamente le mani nei pantaloni.
Si mise la giacca. Sopra il giaccone pesante.
Prese la valigia e si catapultò giù dalle scale. Passando davanti alla porta del signor Johanson, al primo piano, appese le chiavi di casa alla maniglia.
Corse a perdifiato, come mai aveva fatto. Per fortuna era allenato.
Arrivò trafelato alla banchina e vide che già i marinai stavano lavorando per togliere gli ormeggi.
Urlò. Uno dei marinai lo sentì e gli fece un gesto con il braccio sinistro.
Sorrise.
Ringraziò il marinaio passandogli davanti.
Salì sul ponte di poppa e già la nave stava staccandosi dalla banchina. Voleva lasciare un suo sguardo sulla città che aveva amato e odiato. Voleva salutare i fantasmi dei giorni trascorsi in quel luogo.
Grazie, Umea.
Grazie, signor Johanson. Grazie di essere bilioso.
Un’immagine improvvisa gli riempì gli occhi.
Aveva lasciato la casa in disordine.
E l’uovo fritto sul tavolo. Addentato.
Un profondo dispiacere lo colse. Chissà cosa avrebbe pensato di lui il signor Johanson.
Voleva lasciare tutto in ordine. Un buon ricordo.
Maledetta distrazione.
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