Nel suo film “Sogni”,
Akira Kurosawa ripercorre in forma poetica e metaforica alcune tappe
della sua vita: gli otto episodi di cui è composto, nel loro lirismo o
nella loro drammaticità, divengono simbolo del percorso individuale
dell'uomo e sono tutti collegati dalla presenza di un personaggio-io, di
volta in volta bambino o adulto, che ne interpreta il messaggio.
Ma i sogni a volte sono incubi, spesso determinati dagli eccessi (in tutti i sensi) nel nostro quotidiano.
Ma i sogni a volte sono incubi, spesso determinati dagli eccessi (in tutti i sensi) nel nostro quotidiano.
Tempo
fa fummo invitati, la mia compagna e io, alla festa di compleanno di S,
amica e socia nel lavoro della mia compagna (hanno uno studio di
consulenza a Torino, dove, per inciso, lavora anche Dinamitarda, che
alcuni di voi conoscono come blogger).
S compiva 40 anni, una tappa importante, e decidemmo di regalarle 40 libri (per carità, non libri costosi, mi ricordo che alcuni di essi facevano parte di quella collana di libri a 1.000 lire) perchè ci sembrava carina l'idea di regalare 40 emozioni.
“Per favore, scrivi tu il biglietto per il regalo” mi disse la mia compagna.
“Lo sai, io odio scrivere i biglietti – Tanti auguri, Siamo con te – le solite cazzate, condensato di banalità e falsità” obiettai (forse le parole non furono proprio queste ma i concetti sì).
“Scrivi quello che vuoi, sentiti libero” mi rispose la mia compagna con tono perentorio, nascondendo tra le righe parole inespresse, messe però in evidenza (“l’importante è che tu scriva qualcosa”) dalla sua espressione arcigna.
Un po’ indispettito dal suo tono, mi misi al computer lasciando completamente senza freni (questa fu la mia risposta) le mani: quello che pubblico oggi è quanto ne uscì! Forse non il massimo come biglietto di auguri, cosa ne dite?
S compiva 40 anni, una tappa importante, e decidemmo di regalarle 40 libri (per carità, non libri costosi, mi ricordo che alcuni di essi facevano parte di quella collana di libri a 1.000 lire) perchè ci sembrava carina l'idea di regalare 40 emozioni.
“Per favore, scrivi tu il biglietto per il regalo” mi disse la mia compagna.
“Lo sai, io odio scrivere i biglietti – Tanti auguri, Siamo con te – le solite cazzate, condensato di banalità e falsità” obiettai (forse le parole non furono proprio queste ma i concetti sì).
“Scrivi quello che vuoi, sentiti libero” mi rispose la mia compagna con tono perentorio, nascondendo tra le righe parole inespresse, messe però in evidenza (“l’importante è che tu scriva qualcosa”) dalla sua espressione arcigna.
Un po’ indispettito dal suo tono, mi misi al computer lasciando completamente senza freni (questa fu la mia risposta) le mani: quello che pubblico oggi è quanto ne uscì! Forse non il massimo come biglietto di auguri, cosa ne dite?
RelativitàCappuccetto Rosso, quella vecchia biliosa e petulante, stava coprendo di improperi il Lupo che, come al solito, confuso dall’età e corroso dall’alcol e da un’arteriosclerosi galoppante, aveva cercato di mangiare la Bella Addormentata nel Bosco e attentato alla castità di Grethel. “Maledetto!” gli urlava in faccia cercando di colpirlo con i biscotti che il tempo aveva trasformato in piccoli cubetti di porfido, motivo per il quale la nonna, dopo essersi rotta ripetutamente i denti, si era rotta anche le palle e si era trasferita ad Acapulco con il Boscaiolo, dove gestivano una casa di appuntamenti.
Uno dei biscotti di porfido colpì in pieno Trilli che stava svolazzando da quelle parti e la spiaccicò proprio contro il carpino dove Peverino Dal Pruno aveva la casa. “Aahh!” urlò Peverino rendendosi conto della disgrazia. “L’avevo appena ridipinta. Ora Lei, cara la mia vecchia stronza rompi coglioni mi dovrà pagare i dan….” Ma la sua garbata richiesta fu tosto interrotta da un altro biscotto di porfido.
La fine di Trilli non scosse più di tanto Peter Pan che da un po’ di tempo, stufo delle crisi di gelosia della fatina e soprattutto di un rapporto che, per evidenti motivi, non poteva essere consumato se non con la fantasia del fai da te, aveva cominciato ad adescare bambini davanti agli asili nido offrendo loro lecca-lecca colombiani, ma poi, visto lo scarso livello di soddisfazione che ne ricavava, si tenne i lecca-lecca e trovò consolazione tra le braccia, si fa per dire, di una vecchia zoccola in disarmo che viveva in una catapecchia nell’angiporto di Calatafimi.
Gran Mà nel frattempo stava spettegolando sulla morte di Jimmy. "Gli è letteralmente scoppiato il fegato in faccia, over dose di barbera, sembra. Era la sua unica compagna ormai. Dopo che ha aperto quel salumificio, il bosco si è poco per volta svuotato, tutti spariti, prima Timmy e Tommy, quei fannulloni dei fratelli che passavano la giornata a piantarsi gli spinelli nelle cosce, poi Comare Volpe, Compare Orso, Ezechiele, perfino Fratel Coniglietto, puff, scomparsi nel nulla!"
Disgustato da tutto questo, il Gatto con Gli Stivali spiccò un balzo prodigioso senza accorgersi però che lo stivale destro era rimasto incollato nella cacca di una delle mucche di Heidi. Senza più controllo, si avvitò in una picchiata che l'avrebbe sicuramente spacciato se non fosse atterrato fortunosamente su un losco figuro che si aggirava nei pressi della casetta dei Sette Nani.
Il Gatto con Gli Stivali sentì che stava per perdere i sensi dal dolore. Il figuro, un essere gigantesco, si presentò come Luppolo, l'ottavo nano, ripudiato dai sette fratelli per via delle dimensioni e della sua passione per la birra, e si offrì di accompagnarlo al pronto soccorso.
Ma in quella, un'improvvisa luce magica discese dal cielo e squilli argentini di trombe celesti riempirono l'aria e tutti si fermarono, sguardi trepidanti rivolti verso il cielo, bocche spalancate in un coro di stupiti "Ooohh". Stava per arrivare il Grande Puffo in persona. Il suo magico carro volante apparve improvviso tra le nuvole e discese in terra e presto ne scese il suo seguito di guardie del corpo, giornalisti, donne cannone, uomini pistola, saltimbanchi e giocolieri. Poi, annunciato dal vecchio presentatore Michelino, che era improvvisamente stato rigurgitato da un enorme orologio a cucù, ecco che apparve Lui, il Magnifico, Silvio Berlusconi vestito da Grande Puffo, che guardandosi attorno dai suoi due metri di altezza, grazie soprattutto a prodigiosi tacchi telescopici da un metro e venti, sorrise alla folla degli astanti e parlò: "Consentitemi di dirvi che vi amo come mai nessuno altro potrà fare perché anch'io un giorno sono stato il Gatto con Gli Stivali, un altro Biancaneve e i Sette Nani, un altro ancora Tom e Jerry e così per ognuno di voi. Ma lasciamo stare perché qualcuno tra voi sta male e per questo io sono qui." Il suo sguardo circolare scivolò sui presenti. "Per toccarlo e per ungerlo!" gridò con un’improvvisa voce a settantotto giri puntando il suo dito adunco nella mia direzione. Due guardie, con il cappuccio da boia, si diressero verso di me, mentre tutti i presenti mi guardavano urlando "Unto, unto, unto." Con un tuffo al cuore mi sentii afferrare per le spalle: erano Topolino e Pippo che mi fecero cadere a terra e …… mi svegliai, finalmente, sudatissimo, con la lingua rasposa ed un gusto di fogna in bocca. Mi tuffai nel frigorifero nel tentativo di annegare la scimmia della sera prima con un litro di acqua ghiacciata. "Cazzo, che sbronza!" pensai tornando tra le lenzuola.
"Ma in fondo quarant’anni si compiono soltanto una volta nella vita!"
E mi riaddormentai.
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