Se non avete mai avuto la necessità di indossare una maschera allora siete fortunati oppure bugiardi.
Più
la seconda credo. A volte può anche essere divertente vestire i panni
di qualcuno che non sei oppure può servire non dire la verità di fronte a
domande stronze.
Ma
chi si nasconde realmente dietro le maschere che incontriamo ogni
giorno, le persone che incontriamo, con cui parliamo, sono veramente
quelle che vediamo o dietro la maschera vivono emozioni diverse da
quelle che ci sono date da sentire.

Böll e Charlot in tempo reale
Il faretto, manovrato da uno degli inservienti, si muoveva a ritmo della musica che la piccola orchestra stava suonando. Era triste e allegra al tempo stesso.
Com’era quella cosa? Allegria triste e tristezza allegra, fado, ma non era fado. Ricordava piuttosto le colonne sonore dei film muti; pianisti, o forse meglio suonatori di piano, mediocri che suonavano mediocremente musica mediocre. Ma c’erano le immagini, così grandi e coinvolgenti, Buster Keaton, Harold Lloyd, Harry Langdon, Charlie Chaplin, che ti catturavano. E tutto il resto, quello che faceva da contorno, risultava così influenzato da tanta grandezza che anche la mediocrità sembrava arte.
Come quella musica.
Il clown si muoveva sulla pista con leggerezza.
Movimenti lenti.
Pochi, semplici oggetti in una valigia aperta, tre palline di gomma rossa, un fazzoletto, una banana e un violino.
Il vestito di seta, bianco, ampio, con grandi bottoni neri.
Un cappello a punta e sul volto, anch’esso bianco e con un’espressione triste dipinta, una lacrima rigava di nero una guancia.
Non una parola usciva dalla sua bocca, non un gemito o un verso qualunque.
Solo le mani si muovevano. A descrivere cose inesistenti, a toccarle, a brandirle.
Il pubblico, estasiato, seguiva ogni gesto, ogni piccolo movimento con bramosia per paura di perdere la magia che il clown sapeva suscitare.
Tutti ridevano.
Risate libere e liberatorie.
Risate per esorcizzare la serietà del vivere quotidiano.
Ridevano e amavano il clown.
Ridevano e pregavano.
“Credo nel potere del riso e delle lacrime
come antidoto all'odio e al terrore
E’ paradossale che nell'elaborazione d'una comica
la tragedia stimoli il senso del ridicolo;
perché il ridicolo, immagino, è un atteggiamento di sfida:
dobbiamo ridere in faccia alla tragedia, alla sfortuna
e alla nostra impotenza contro le forze della natura,
se non vogliamo impazzire". (Charlot)
Improvvisamente la musica si interruppe.
Le luci si spensero e soltanto un piccolo spot rimase fisso a illuminare il clown immobile al centro della pista.
Il pubblico osservava in silenzio.
In attesa.
Il clown lentamente si chinò sulla valigia.
Afferrò il violino e, appoggiatolo alla spalla, cominciò a suonare.
Era una musica dolce. Triste ma allegra.
Bellissima.
E continuando a suonare si girò e lento, come la musica, uscì dalla pista.
Gli applausi del pubblico crescevano all’inverosimile quasi volessero squarciare il tendone mentre fuori, lontano, la musica dolce e triste del violino sfumava.
Il clown si sedette al tavolo da trucco. Era stanco.
Con gesti lenti si tolse il cappello e il vestito di seta con grandi bottoni neri.
Li appese a un servo muto.
Da una scatola aperta prese con la mano destra una buona quantità di crema e se la fregò sul viso.
Da un’altra scatola prese dei piccoli dischi di cotone e cominciò a togliere la crema che aveva appena spalmato.
Il volto asciutto dell’uomo cominciò ad affiorare.
Capelli ingrigiti dal tempo.
Qualche ruga attorno alla bocca e agli occhi.
Sul viso un espressione triste.
Una lacrima gli rigava una guancia.
Guardò la sua immagine riflessa nello specchio. Un istante. Un’eternità.
Aprì il cassetto del tavolo da trucco e ne estrasse una rivoltella.
Un sospiro.
La puntò alla tempia.
Uno sparo.
“Ok, ok! Ragazzi vediamo di essere tutti pronti. Datemi la 4. Alessio, perdio, vuoi darmi questa cazzo di 4?”
Il regista era agitato. In fibrillazione.
Aveva intuito immediatamente la potenzialità della situazione. Audience. Pubblicità.
Ma bisognava essere pronti. Capaci. Dare risalto alla drammaticità della situazione. Scavare ai margini delle motivazioni, rimestando in tutta la merda possibile ma senza mai prenderla in mano.
Solo per farla vedere, come per caso.
Per non passare come sciacalli.
“Andiamo con la pubblicità. Subito. Un minuto. Un minuto.”
Premette il tasto per attivare il microfono.
“Barbara, ci sei?”
“Sì, Paolo, ci sono. Dieci secondi e sono pronta ad andare in onda.”
“Bene. Tutti pronti adesso. Iniziamo con un primo piano di Barbara.”
Il volto di una donna apparve in primo piano sugli schermi.
“Perfetto. Barbara, fammi una bella faccia triste. No. Non così, cazzo. Così è troppo. Siamo dei professionisti, noi.”
“Va bene così?”
“Sì. Così va bene.”
Guardò il grande orologio appeso al muro: 10 secondi.
“Ok, ragazzi. Tutti pronti, fra 10 secondi si va.”
“Barbara. Triste ma non troppo. Pronti con le telecamere mobili?”
“Sì l’elicottero è già partito.”
“Perfetto.”
Guardò nuovamente l’orologio.
“Pronti? 4, 3, 2, 1, vai.”
La voce calda di Barbara inondò lo studio.
“Eccoci nuovamente con voi, amici tespettatori.”
Con una mano finse di raccogliere qualcosa sotto l’occhio sinistro.
“Scusate ma qui siamo ancora tutti scioccati da quanto successo.”
Un’altra pausa.
Un sospiro profondo come a raccogliere energie disperse.
“Il nostro reality perde un altro concorrente, purtroppo.”
Paolo sorrise.
Il faretto, manovrato da uno degli inservienti, si muoveva a ritmo della musica che la piccola orchestra stava suonando. Era triste e allegra al tempo stesso.
Com’era quella cosa? Allegria triste e tristezza allegra, fado, ma non era fado. Ricordava piuttosto le colonne sonore dei film muti; pianisti, o forse meglio suonatori di piano, mediocri che suonavano mediocremente musica mediocre. Ma c’erano le immagini, così grandi e coinvolgenti, Buster Keaton, Harold Lloyd, Harry Langdon, Charlie Chaplin, che ti catturavano. E tutto il resto, quello che faceva da contorno, risultava così influenzato da tanta grandezza che anche la mediocrità sembrava arte.
Come quella musica.
Il clown si muoveva sulla pista con leggerezza.
Movimenti lenti.
Pochi, semplici oggetti in una valigia aperta, tre palline di gomma rossa, un fazzoletto, una banana e un violino.
Il vestito di seta, bianco, ampio, con grandi bottoni neri.
Un cappello a punta e sul volto, anch’esso bianco e con un’espressione triste dipinta, una lacrima rigava di nero una guancia.
Non una parola usciva dalla sua bocca, non un gemito o un verso qualunque.
Solo le mani si muovevano. A descrivere cose inesistenti, a toccarle, a brandirle.
Il pubblico, estasiato, seguiva ogni gesto, ogni piccolo movimento con bramosia per paura di perdere la magia che il clown sapeva suscitare.
Tutti ridevano.
Risate libere e liberatorie.
Risate per esorcizzare la serietà del vivere quotidiano.
Ridevano e amavano il clown.
Ridevano e pregavano.
“Credo nel potere del riso e delle lacrime
come antidoto all'odio e al terrore
E’ paradossale che nell'elaborazione d'una comica
la tragedia stimoli il senso del ridicolo;
perché il ridicolo, immagino, è un atteggiamento di sfida:
dobbiamo ridere in faccia alla tragedia, alla sfortuna
e alla nostra impotenza contro le forze della natura,
se non vogliamo impazzire". (Charlot)
Improvvisamente la musica si interruppe.
Le luci si spensero e soltanto un piccolo spot rimase fisso a illuminare il clown immobile al centro della pista.
Il pubblico osservava in silenzio.
In attesa.
Il clown lentamente si chinò sulla valigia.
Afferrò il violino e, appoggiatolo alla spalla, cominciò a suonare.
Era una musica dolce. Triste ma allegra.
Bellissima.
E continuando a suonare si girò e lento, come la musica, uscì dalla pista.
Gli applausi del pubblico crescevano all’inverosimile quasi volessero squarciare il tendone mentre fuori, lontano, la musica dolce e triste del violino sfumava.
Il clown si sedette al tavolo da trucco. Era stanco.
Con gesti lenti si tolse il cappello e il vestito di seta con grandi bottoni neri.
Li appese a un servo muto.
Da una scatola aperta prese con la mano destra una buona quantità di crema e se la fregò sul viso.
Da un’altra scatola prese dei piccoli dischi di cotone e cominciò a togliere la crema che aveva appena spalmato.
Il volto asciutto dell’uomo cominciò ad affiorare.
Capelli ingrigiti dal tempo.
Qualche ruga attorno alla bocca e agli occhi.
Sul viso un espressione triste.
Una lacrima gli rigava una guancia.
Guardò la sua immagine riflessa nello specchio. Un istante. Un’eternità.
Aprì il cassetto del tavolo da trucco e ne estrasse una rivoltella.
Un sospiro.
La puntò alla tempia.
Uno sparo.
“Ok, ok! Ragazzi vediamo di essere tutti pronti. Datemi la 4. Alessio, perdio, vuoi darmi questa cazzo di 4?”
Il regista era agitato. In fibrillazione.
Aveva intuito immediatamente la potenzialità della situazione. Audience. Pubblicità.
Ma bisognava essere pronti. Capaci. Dare risalto alla drammaticità della situazione. Scavare ai margini delle motivazioni, rimestando in tutta la merda possibile ma senza mai prenderla in mano.
Solo per farla vedere, come per caso.
Per non passare come sciacalli.
“Andiamo con la pubblicità. Subito. Un minuto. Un minuto.”
Premette il tasto per attivare il microfono.
“Barbara, ci sei?”
“Sì, Paolo, ci sono. Dieci secondi e sono pronta ad andare in onda.”
“Bene. Tutti pronti adesso. Iniziamo con un primo piano di Barbara.”
Il volto di una donna apparve in primo piano sugli schermi.
“Perfetto. Barbara, fammi una bella faccia triste. No. Non così, cazzo. Così è troppo. Siamo dei professionisti, noi.”
“Va bene così?”
“Sì. Così va bene.”
Guardò il grande orologio appeso al muro: 10 secondi.
“Ok, ragazzi. Tutti pronti, fra 10 secondi si va.”
“Barbara. Triste ma non troppo. Pronti con le telecamere mobili?”
“Sì l’elicottero è già partito.”
“Perfetto.”
Guardò nuovamente l’orologio.
“Pronti? 4, 3, 2, 1, vai.”
La voce calda di Barbara inondò lo studio.
“Eccoci nuovamente con voi, amici tespettatori.”
Con una mano finse di raccogliere qualcosa sotto l’occhio sinistro.
“Scusate ma qui siamo ancora tutti scioccati da quanto successo.”
Un’altra pausa.
Un sospiro profondo come a raccogliere energie disperse.
“Il nostro reality perde un altro concorrente, purtroppo.”
Paolo sorrise.
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